Le norme redazionali

Nel lontano 2004, quand’ero ancora una cucciola di aspirante redattrice, frequentavo il master in editoria della Fondazione Mondadori di Milano. Nelle lezioni che seguivamo si parlava spesso delle norme grafiche e redazionali, ossia di quelle regole che indicano come, all’interno di ogni redazione, si debbano utilizzare determinati segni grafici (le virgolette, i corsivi, gli accenti…) e scrivere alcune parole (maiuscole/minuscole, apostrofi, sigle…). Io me le immaginavo come una sorta di testo sacro, tramandato di generazione in generazione da redattori-elfi, custodito nelle viscere più recondite della casa editrice e mostrato, non senza un briciolo di apprensione, solo ai più meritevoli. La leggenda cresceva man mano che, all’interno del master, venivano svelati alcuni dettagli di cui non mi ero mai accorta: le í e le ú con l’accento acuto di Einaudi (qui una spiegazione interessante del fenomeno); il “fi” di Adelphi, che come lo scrivono loro non lo scrive nessun altro.

Il celestiale “fi” di Adelphi. Per i bibliofili: il libro in questione è Il tango di Jorge Luis Borges (e sì, ho scelto Borges perché fa figo).

Entrata poi nel mondo editoriale, mi sono resa conto che le norme redazionali sono come gli unicorni: nessuno le ha mai viste davvero, pochi credono che esistano, eppure quando vengono utilizzate spargono sui libri la loro ineffabile magia. Purtroppo vale anche il contrario: un volume non rivisto secondo regole uniformi risulta trascurato e poco accattivante. Molti pensano che, essendo la scrittura un fluido divino (…) che cala nelle menti di pochi eletti (…) e li rende capaci di plasmare le parole a loro piacimento (…), le questioni ortografiche siano cose di poco conto. Non importa curare la forma, sostengono, quando c’è la sostanza.
Personalmente, dissento. Credo che, tanto nella scrittura quanto in altri campi, la forma sia essenziale. Faccio un esempio pratico: se andate in pasticceria e trovate due torte, dello stesso prezzo e con gli stessi ingredienti, solo che la prima ha una forma perfetta e ben curata e la seconda è mezza bruciacchiata e sta per crollare, quale comprate? Ecco, con i libri per me è uguale. Produrre testi ordinati nella forma, oltre che validi nei contenuti, mi sembra essenziale: per tutti, ma forse soprattutto per gli aspiranti autori, per i quali è particolarmente importante dimostrare a un potenziale editore di riservare ai propri scritti una cura certosina.
Nel corso degli anni ho messo insieme, per lo più nella mia testa, una serie di norme comunemente accettate e utilizzate. Non sono universali, non vanno bene per tutti (sempre chiedere all’editore con cui si collabora se ne ha delle proprie da adottare per quel certo libro), ma possono costituire un punto di partenza. Spoiler: la regola più importante di tutte è una sola, e si chiama uniformità. Volete scrivere internet minuscolo? Benissimo, ma ricordatevi di scriverlo sempre maiuscolo e non un po’ Internet e un po’ internet. Volete usare le virgolette alte (“”) per i dialoghi? Ok, però allora usatele sempre e non alternatele a trattini (), caporali («») o altro. Alcol e alcool, gol e goal e mille altri doppioni sono entrambi corretti (per ogni dubbio, consiglio la Bibbia-Treccani): sceglietene uno e usate solo quello. I lettori vi ringrazieranno, gli editori lo noteranno.
Fatta questa premessa, mi vesto da maestrina dalla penna rossa ed entro nel magico mondo della pedanteria, elencando di seguito le norme redazionali più comuni. Chi arriva in fondo senza addormentarsi è un eroe.

Le í e le ú di Einaudi. Il libro: Massimo Zamboni, Nessuna voce dentro.

Livello 0 – Le basi

  • Gli accenti. A meno che non stiate pubblicando con Einaudi (nel caso: cosa state qui a leggere i miei post, andate fuori a bere, festeggiate, fate qualcosa), vale un’unica regola: à, ì, ò, ù hanno sempre e solo l’accento grave, mentre è ed é esistono entrambe e spesso creano casino. Si scrive: perché, poiché, affinché, benché, , ; inoltre, i numeri che terminano per tre hanno sempre l’accento acuto: ventitré, trentatré e così via. Ma: è (terza persona dell’indicativo presente del verbo essere), cioè, caffè, carcadè
    Importante: mai sostituire l’accento con l’apostrofo. Chissa’, percio’, bigne’, cosi’ non esistono, non si possono vedere e in un mondo più giusto forse chi li usa dovrebbe venire perseguito penalmente.

Livello 1 – La faccenda si complica

  • Le “d” eufoniche. “Eufonico” significa armonico, che suona bene. Le “d” eufoniche sono quelle messe fra due vocali uguali, in modo da rendere più gradevole il risultato finale. Esistono solo per due lettere, la a e la e; od è da evitare come la peste.
    Quindi, si scrive: iniziamo ad andare; le prime ad arrivare; avere ed essere; Marco ed Enrico. Non si scrive: ed ora cosa facciamo?; ad Enzo voglio regalare un orologio; Laura ed io siamo amiche. La “d”, per scatenare tutta la sua eufonia, si usa sempre solo fra vocali uguali.
    Unica eccezione ammessa nell’universo: ad esempio.
    Un’altra eccezione ma proprio piccola: se la parola successiva inizia con “ad-” o “ed-“, la “d” eufonica non si usa. Quindi: Maria presta a Ada il suo libro (non ad Ada, non sarebbe affatto eufonico); Silvia e Edoardo mi hanno invitata a correre con loro (non ed Edoardo).

Livello 2 – Ma dove andremo a finire di questo passo?

  • Il corsivo. Si usa in due casi:
    1) Per i titoli di canzoni, film, libri, opere teatrali e via dicendo. Fare sempre molta attenzione alla differenza fra titolo e nome del personaggio: ieri sera ho visto Otello a teatro (intendo il dramma, uso il corsivo); ma: Otello è un personaggio shakespeariano di grande drammaticità (intendo lui, il signor Otello, uso il tondo).
    2) Per le parole di lingua straniera di uso non comune. Jeans, déjà-vu, rock, business, audience e moltissime altre sono di uso comune, quindi possono stare in tondo. Ma se mi viene voglia di far sapere a tutti che la mia Weltanschauung è simile a quella di Kant, allora magari un corsivo ce lo metto (e anche un po’ meno spocchia).
    C’è poi un altro caso limite in cui il corsivo è accettato, ossia per dare maggior peso a una parola o a un concetto. Per esempio: Maria sostiene che ora sta bene. Ma come può stare bene dopo tutto quello che ha passato? Da usare con grande parsimonia, altrimenti perde la sua forza.
  • Le maiuscole. Si usano sempre, in tondo, per: nomi di ristoranti (ho mangiato all’Osteria Francescana di Bottura), squadre sportive (ieri la Juventus ha vinto), reti televisive (guarda un po’ cosa c’è su Rai Uno), compagnie aeree (io viaggio solo con Alitalia), marche (i jeans della Levis per me sono i migliori), oggetti di vario genere con nomi propri (il Titanic affondò il 15 aprile 1912), edifici famosi (a Londra ho visto il Big Ben), periodi o eventi storici di grande rilevanza (la Prima guerra mondiale; la Rivoluzione industriale).
    Si usano a volte sì e a volte no per: punti cardinali (la maiuscola va solo quando ci si riferisce a un luogo specifico, quindi: il Sole sorge a est, ma: l’Italia dell’Est ha le coste più belle) e parole con doppio significato (domenica vado in chiesa – intesa come edificio -; ma: la Chiesa ha un nuovo rappresentante. Dio creò l’uomo – inteso come unica divinità del cristianesimo -; ma: Ares è il dio greco della guerra – perché in una religione politeista gli dei sono molti. I peccatori andranno all’Inferno; ma: guidare con questo traffico è un inferno. Il mio Paese è l’Italia – inteso come nazione -; ma: Alfonsine è un bellissimo paese – inteso come comune).

Livello 3 – Guarda su YouTube se c’è un tutorial per fare harakiri così poi non ci pensiamo più

  • Le virgolette basse o caporali («»). Si usano prevalentemente in due casi:
    1) Dialoghi, con alcune regole.
    Battuta da sola sempre fra caporali e con la punteggiatura all’interno, ovvero: «Signor fruttivendolo, quelle mele non mi sembrano fresche.».
    Battuta introdotta da un discorso indiretto: due punti prima, caporali, punteggiatura conclusiva fuori dalle virgolette. Davanti alla bancarella, Maria disse: «Signor fruttivendolo, quelle mele non mi sembrano fresche».
    Indiretto racchiuso fra due battute: punteggiatura dell’indiretto all’esterno, del diretto all’interno. «Signor fruttivendolo» disse Maria, davanti alla bancarella, «quelle mele non mi sembrano fresche.»
    2) Nomi di giornali e riviste. Si scrivono in tondo, fra caporali, seguendo pedissequamente la dicitura che c’è nella testata per quanto riguarda maiuscole e minuscole: «la Repubblica», il «Corriere della Sera», «La Stampa», «l’Unità», «il manifesto».
  • Le virgolette alte o inglesi (“”). Si usano per il pensato, con le stesse regole di punteggiatura dei dialoghi. Maria pensa: “Devo chiedere al fruttivendolo se quelle mele sono davvero fresche”.
    Sono ammesse, con grande moderazione, per attribuire a una certa parola un particolare significato, magari da sviscerare nelle righe successive. Per esempio: Lucia pensò che la sua “relazione” con Giovanni non era stata poi così male. Ammesso che la si potesse definire tale: in effetti lei era stata solo la sua amante. Come per il corsivo, la parsimonia anche qui è essenziale: una volta va bene, due sono troppe. Limitate le virgolette e concentratevi per trovare la parola giusta, che le renda del tutto superflue.
  • Caporali («»), inglesi (“”) e apici (‘). Nota nerd su un caso raro che però mi diverte molto. Vi ricordate quando nei compiti di matematica si dovevano risolvere espressioni complesse? C’erano fuori le parentesi graffe, dentro quelle quadre, più dentro ancora quelle tonde. Tipo: {[(30 : 6) * 8 – (16 – 9)]} – (7 + 14). Ok, viene 12, non è questo il punto. Quello che voglio dire è che anche con le virgolette succede qualcosa di simile: quando sono sole, si usano come detto sopra («» dialoghi, “” pensato); se il discorso è più elaborato, si usano una dentro l’altra come le parentesi: prima le caporali (graffe), poi le inglesi (quadre), poi gli apici (tonde). Tipo: Davanti a un caffè, rivelo a Lara: «Riccardo mi ha detto: “Vieni da me domattina, così sfogliamo insieme ‘la Repubblica’ e cerchiamo l’articolo di cui mi hai parlato”». Ogni segno al suo posto: non è meraviglioso? Io lo trovo molto rassicurante.

Livello 4 – Zzzz Zzzz Zzzz

  • I numeri. Quando possibile, si scrivono sempre in lettere: Ho trentanove anni; Ho perso mille euro in un investimento sbagliato. Quando le cifre sono troppo articolate, allora vanno bene i numeri: Ho vinto 135.670 euro al Lotto (come no).
    Altra regolina simpatica e poco poco cervellotica: fino a 9999 si omette il puntino di distacco per le migliaia, da 10.000 in su si aggiunge. La Torre Eiffel è composta da 18.036 pezzi metallici; ma: Il Colosseo è stato inaugurato 1939 anni fa.
  • Anni e secoli: qui sono ammesse diverse diciture. Vanno bene sia gli anni Trenta, sia gli anni ’30; sia nel IV secolo, sia nel quarto secolo; sia nel XIII secolo, sia nel Duecento. Come al solito, l’importante è l’uniformità. (En passant: sia… sia è sempre preferibile a sia… che. Così, per aggiungere saccenteria a un post che già non ne è proprio privo.)
  • Le date: giorno e anno in numero, per esteso, mese in lettere. Oggi è il 19 novembre 2019. Se la data diventa nome proprio, va invece in lettere: Oggi si festeggia il Primo Maggio.

E qui mi fermo, più che altro per una questione di decenza, perché di argomenti ce ne sarebbero ancora molti. Spero però di essere riuscita a far passare un concetto: scrivere, anche se molti la pensano diversamente, è tutto tranne che semplice. E imparare a governare la complessità, almeno quella formale, è molto meglio che subirla.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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