Ma tu sei felice?

«VINCENZO
“Ma tu sei felice?”
SAVERIO
“Dipende da cosa intendi per felice.”
VINCENZO
“Felice.”
SAVERIO
“Se per felice intendi uno che è soddisfatto di sé, di quello che fa, ed è felice, allora no, non sono felice. Ma se per felice intendi uno che è soddisfatto di sé, di quello che fa, anche se non è proprio felice, allora sì, posso dire che sono felice.»
VINCENZO
“Ma infatti.”»

Io ho un forte, fortissimo debole per Federico Baccomo. È l’autore italiano contemporaneo che seguo con più assiduità; l’unico, forse, che mi piace sempre e comunque, anche quelle rarissime volte che non mi piace – ovvero: anche quando scrive cose che mi catturano meno rispetto ad altre, trovo ugualmente nei suoi testi le caratteristiche per cui lo amo e lo considero un grandissimo scrittore. Per esempio la ricerca, l’originalità, la voglia di esplorare e mettersi in discussione: dei sei libri che ha pubblicato, da Studio illegale (2009) a oggi, non ce n’è uno simile all’altro, eppure la mano è sempre la sua, e si sente. Baccomo non è mai banale. Anche quando tratta argomenti già esplorati da altri, trova sempre una chiave inedita, una zona d’ombra da illuminare, un modo diverso di dire le cose. Padroneggia alla perfezione un umorismo pulito e pungente, che arriva sempre dritto al bersaglio. E poi: i dialoghi. Mi stupisco sempre di come riesca a mettere sulla pagina in maniera chiara e immediata certe espressioni del parlato apparentemente intraducibili nella lingua scritta, e della forza che queste assumono viste nere su bianco, anche e soprattutto quando sono assolutamente banali (ne diciamo molte di banalità noialtri, nel quotidiano).
Grande gioia, quindi, quando ho saputo che il suo ultimo libro (Ma tu sei felice?, appunto) è un romanzo in forma di dialogo, composto esclusivamente dalle battute pronunciate da due personaggi, Vincenzo e Saverio. Sono due amici di lunga data che si incontrano per un aperitivo e, fra un bicchiere e l’altro, chiacchierano: di questioni che stanno loro a cuore (il figlio di Vincenzo è stato sorpreso in una situazione equivoca con un compagno di classe; Saverio è alle prese con una dieta perché, dopo un fugace incontro a distanza con Naomi Campbell, si è reso conto di essere più flaccido del dovuto), di questioni coniugali e soprattutto extraconiugali, di vicissitudini lavorative e fiscali, di ricordi comuni che spaziano dagli anni dell’infanzia a tempi più recenti. Il loro è uno scambio gustoso e intenso da cui è difficilissimo staccarsi, anche quando, direi inevitabilmente, viene da chiedersi: “Ma dove stiamo andando? Dove mi vuole portare l’autore, una battuta dopo l’altra?”. Tranquilli: voi non sapete qual è la meta e non la scoprirete se non all’ultimo, ma Baccomo sì – lui conosce la strada e non si perde mai. E il finale, che io ho trovato splendido, mi ha veramente spiazzata per due ragioni: primo, per la sorpresa; secondo, perché mi sono resa conto lì per lì che questo libro non avrebbe potuto concludersi in un altro modo.
Qualcuno, recensendo questo volume, ha parlato di «peccati veniali di due amici al bar». Mi permetto di dissentire: non sono affatto peccati veniali, anzi, perché qui c’è una crudeltà straordinaria di fondo che poi è quella che caratterizza molti nostri pensieri e azioni. Vincenzo e Saverio non sono mostri: sono due come noi, anche se io sarei pronta a dar via un rene all’istante per non essere come loro. Umani e disumani, carichi di colpe più o meno gravi (e non tutte o non solo loro), restano comunque individui su cui mai mi sentirei di puntare il dito, perché sono sicura che anch’io, in piena consapevolezza o senza neanche accorgermene, posso aver fatto cose tremende – e se non le ho ancora fatte, le farò: occhio. La cosa bella è che però non si scivola nel cinismo più arido, perché l’ironia rimane sempre altissima, con picchi notevoli come “la regola dei tre cazzi”, che d’ora in poi adotterò per tutte le mie conversazioni, oppure la questione della password del WiFi, che pure regala diversi spunti interessanti da mettere in pratica nel quotidiano.
E poi c’è quella domanda che di tanto in tanto ritorna: «Ma tu sei felice?». Quattro parole in grado di spezzare le gambe a chiunque: coraggioso Baccomo ad averle pronunciate e adottate come titolo. La ricerca della felicità è come il sonno della ragione: genera mostri. E fra i mostri di questo libro ci si sente talvolta a disagio, come è giusto che sia: qui siamo nel mezzo di una splendida commedia dell’assurdo, genere che viene anche esplicitamente citato dai protagonisti («il teatro dell’insensato» dice Vincenzo, che non ama Beckett). È un esperimento narrativo pressoché inedito nella letteratura contemporanea: un romanzo avvincente, da cui è davvero difficile staccarsi, scritto in forma teatrale. Io l’ho adorato e, aggiungo, non vedo l’ora di vederlo anche in scena, perché sono convinta che presto ci arriverà.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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