Tre donne

«Forse il divertimento sta proprio nel nascondersi dietro maschere diverse. Anche se Pirandello dice che, levata una maschera, ne trovi sempre un’altra. Io ne ho centinaia e mi diverto a cambiarle. E poi vado matta per il gioco: la gente non sa più giocare, a me invece piace rischiare, puntare sul rosso o sul nero e poi aspettare la sorpresa della vincita o della perdita. Non mi importa di perdere, mi piace quello che viene prima, l’attesa insomma, la cosa più eccitante del mondo: quello stare in bilico sul burrone: ci cadrò dentro a capofitto o rimarrò coi piedi per terra e anzi mi troverò in saccoccia una montagna di monete d’oro? Non parlo di gioco d’azzardo, parlo di gioco amoroso. Rischio sempre e spesso perdo ma qualche volta vinco.»

Tutte le volte che leggo un libro di Dacia Maraini, io rifiorisco: ho proprio la sensazione fisica di trovarmi in un mondo in cui regnano la bellezza, la delicatezza e la leggiadria. Non perché nelle sue pagine manchino gli errori e gli orrori del quotidiano, anzi, ma perché nessuno come lei possiede e sa trasmettere una tale grazia. Anche quando scrive storie attuali, evidentemente ambientate ai giorni nostri, sembra sempre collocarsi in un universo senza tempo, un luogo eterno dell’anima dove tutto è soffuso.
È questo il caso di Tre donne, romanzo pienamente contemporaneo, con tanto di chat e WhatsApp e altri mezzi tecnologici, fra l’altro piuttosto importanti per lo sviluppo della storia, che però scivolano con grande naturalezza in secondo piano per lasciare spazio alle protagoniste e ai loro desideri, alle loro pulsioni, ai loro affetti e alle loro vicende. Le tre donne del titolo sono Gesuina, nonna sessantenne innamorata della vita, degli uomini e del gioco dell’amore, che guadagna qualche soldo facendo punture a domicilio (notevole l’analisi geografica dei sederi dei pazienti) e vive una relazione tutta fatta di baci con Simone il fornaio; sua figlia Maria, tanto immersa nei libri quanto scollegata dalla realtà, che manda avanti a stento il bilancio familiare con le sue traduzioni (Flaubert, niente meno) e scrive lunghe lettere al fidanzato francese François; Lori, figlia di Maria, una sedicenne disincantata e quasi crudele nel suo modo di prendere a morsi la vita, convinta com’è di esserne in diritto, forse un po’ simile a quel drago che si fa tatuare sulla schiena e che, con il fumo caldo e colorato che emette dalle narici, la fa sentire più forte, sicura di sé, indomabile.
Ammetto che, nelle primissime pagine, ho avuto qualche perplessità. Mi veniva da pensare che i giovani d’oggi (è scientificamente provato che chi scrive o pronuncia l’espressione “i giovani d’oggi”, me compresa, è affetto da  implacabile senescenza) non parlano come Lori; che Maria ha troppo la testa per aria per essere un personaggio realistico; che Gesuina con i suoi sessant’anni e rotti è troppo giovane per essere considerata l’anziana nonna di casa (dev’essere sempre quella cosa della senescenza che mi fa guardare ai sessant’anni con maggiore empatia). Eppure alla fine fila tutto, non solo perché Dacia è Dacia e può scrivere quello che vuole, ma perché l’insieme rimane compatto e armonioso: un palcoscenico domestico su cui ogni personaggio si staglia perfettamente, con grande definizione e credibilità, e con evoluzioni sempre coerenti anche quando impreviste.
Mi verrebbe da aggiungere che, in questa «storia d’amore e disamore», gli uomini non ne escono granché bene già a partire dal titolo, che li esclude in maniera netta. In effetti queste tre donne costituiscono una famiglia piuttosto traballante, tenuta insieme dall’assenza di un uomo (il padre di Lori, morto in seguito a una brutta malattia quando lei era ancora piccola) proprio come la ruggine tiene insieme certi vecchi telai, che infatti rischiano di sfasciarsi da un momento all’altro. Ed è poi l’arrivo di un altro uomo (bello, seducente, evanescente ma concreto) a portare questo piccolo nucleo all’esplosione: un’esplosione che all’inizio si agita e rimbomba nelle profondità, lasciando apparire sulla superficie solo qualche leggera increspatura, ma poi si trasforma in uno tsunami pronto a distruggere tutto, legami e persone e futuro.
In realtà nel finale di questo romanzo femminile e femminista, ma al di fuori di ogni dottrina, c’è spazio anche per un terzo uomo, che fa capolino per restituire alle tre donne un po’ di speranza. Ciò per cui invece non c’è proprio spazio, mi sembra, sono le divinità: cadono già nel cognome di Maria (Cascadei, appunto), mentre si esalta la figura di Prometeo, «colui che riflette prima», che nella mitologia ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e per questo viene punito da Zeus. Nessun eroe potrebbe essere più azzeccato in questa storia straordinaria di amori e umori profondamente umani – storia che ho adorato e che non posso che consigliare.

Dacia Maraini, Tre donne, Rizzoli, 2017.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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