Pasolini: testimoniare lo scandalo

Mi sono a lungo arrovellata sul senso di scrivere o meno qualcosa su Pasolini, nell’anniversario della sua morte. Ero molto tentata di non farlo, per una marea di ragioni. La prima, e più personale, è che Pasolini mi fa stare male come nessun altro autore al mondo. L’ho “incontrato” più di vent’anni fa e subito m’è entrato dentro come una passione viscerale: ho letto quasi tutto di suo, romanzi saggi articoli e le poesie, forse i miei testi preferiti della sua enorme produzione; ho visto i film; ho visitato i suoi luoghi, in Friuli e a Roma; ho studiato le biografie che gli sono state dedicate. Ho fatto la tesi su di lui (un ingenuissimo e-book su La religione del mio tempo, mi perdono solo perché era il 2003 e io ero giovane e ignara del mondo) e qualche anno fa mi ci sono dedicata di nuovo per un libretto uscito in una collana in edicola. Non penso di sapere tutto di lui, men che meno di aver capito chissà cosa, ma so che tutte le volte che lo riprendo lo sento, davvero, come se fosse un pezzo della mia carne.
Il secondo motivo per cui tentennavo è che di Pasolini ormai si scrive troppo, sempre, e invece sarebbe molto meglio stare zitti e lasciar parlare le sue opere, che sono tante e belle e hanno ancora, credo, un valore enorme. E poi il Pasolini di cui ci si riempie la bocca oggi ha pochissimo a che vedere con quello che davvero è esistito, e che è stato ammazzato sul lungomare di Ostia quarantaquattro anni fa: è piuttosto una versione edulcorata, un Pasolini formato peluche da tenere sul comodino, un supereroe del tutto inventato schierato dalla parte del popolo per proteggerlo dai poteri forti, uno che “se ci fosse oggi, quanto ne avremmo bisogno”. Ed è per questo che tutti, indipendentemente dallo schieramento politico o dal contesto, si sentono in dovere di impossessarsene e trasformarlo in una sorta di feticcio, buono per tutte le occasioni (il suo grido da intellettuale ferito, «Io so ma non ho le prove», è stato negli anni citato in qualunque situazione possibile e immaginabile, dalle notizie di cronaca alle partite di calcio).
«Si va facendo di Pasolini una sorta di generico santino da parte di una cultura molto ipocrita, incapace di nessuno dei suoi slanci e azzardi, e litigiosa solo attorno ai modi diversi di intendere l’accettazione delle regole date, il massimo conformismo rispetto al presente» scrive Goffredo Fofi, e io la penso esattamente nello stesso modo.
Ho deciso di buttare giù lo stesso questo pezzo, che non sarà mai all’altezza di quello che vorrei, perché Pasolini scriveva: «Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato /  non l’aver conosciuto». E io, lui, continuo a volerlo amare e conoscere nel presente, perché so di averne bisogno. Ah, e poi c’è anche il fatto che già son poco sintetica di mio, se poi mi metto a parlare di Pasolini ciao, il post tutto intero non lo leggerà mai nessuno nella vita, quindi posso andare avanti a ruota libera e raccontare, senza un vero filo logico, gli aspetti della sua vita e delle sue opere a cui tengo di più.

«Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce? […]
La chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione…
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso).
Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.»
Da Crocifissione, in L’usignolo della Chiesa cattolica

Testimoniare lo scandalo
Io non credo che, se Pasolini fosse davvero qui oggi, gli vorremmo molto più bene di quanto gliene volevano i suoi contemporanei, perché di sicuro troverebbe ogni modo per infastidirci, pungolarci, scandalizzarci.
Pasolini era un intellettuale che cercava lo scontro, più del confronto; la diversità, più che la comunione. Era un pensatore scomodo, anche per coloro che appartenevano alla sua stessa area politica (fra le altre cose: era contro l’aborto e contro la scolarizzazione obbligatoria, e sono pronta a scommettere che se lui, omosessuale, avesse sentito parlare di matrimonio gay, sarebbe a dir poco inorridito). Era un uomo difficile anche per i suoi stessi amici, che d’altronde, se lo riteneva giusto, non si faceva remore ad attaccare, pubblicamente e ferocemente. Era senz’altro una vittima della società, ma anche un vittimista fin troppo propenso a prendere ogni cosa sul personale, convinto com’era di essere sempre attaccato, ostracizzato oppure intenzionalmente ignorato (intendiamoci: spesso lo era davvero, ma questa sua attitudine a immedesimarsi nel Cristo in croce – immagine sua e non metafora mia – poteva essere davvero molto pesante per i suoi interlocutori). Pasolini bramava, cercava e, vedendoli sparire, piangeva il pluralismo, l’alternativa, le differenze: di natura, di idee, di comportamenti. Odiava la violenza e l’omologazione insite nel fascismo, ma ancor più quelle che il consumismo porta con sé: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. […] Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la ‘tolleranza’ della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana».
Io, davvero, sento di amare troppo Pasolini per immaginarlo oggi qui, vivo, nell’era di Internet, a districarsi fra haters e fake news e “buongiornissimo kaffèèè?”. Lungi da me pensare che la sua storia personale sia stata giusta, anzi, ma forse anche lui, potendo scegliere, certe cose avrebbe preferito non vederle. Forse.

«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino,
il calcio è l’unica rimastaci.

Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.»
Da un intervista su «L’Europeo», 21/12/1970.

Il calcio (intermezzo gioioso fra un pippone e l’altro)
A Bologna, negli anni del liceo prima e dell’università poi, Pasolini si appassionò al gioco del calcio. Giocava di continuo e bene, tanto da diventare capitano della squadra della sua facoltà. Gli amici, per via della sua velocità sulle fasce, lo chiamavano “Stukas” dal nome di un aereo da picchiata. La sua squadra del cuore era il Bologna: in suo onore fece dipingere le pareti della sua cameretta di Casarsa delle Delizie (il paese friulano in cui era nata la madre Susanna, dove Pasolini passava tutte le estati e dove trascorse, sempre insieme alla madre, gli anni della Seconda guerra mondiale) a righe rosse e blu, come le divise dei felsinei. Nota personale: io l’ho vista quella stanza, ma dopo dieci secondi sono dovuta uscire perché a momenti mi sanguinavano gli occhi. Come lui facesse a dormirci, rimane per me un grande mistero.
Durante un’intervista Enzo Biagi gli chiese cosa avrebbe voluto essere, se non si fosse occupato di cultura, e lui risposte: «Un bravo calciatore». Infatti sono moltissime le foto che lo ritraggono con la palla fra i piedi: nei campi
ufficiali, con la divisa della Nazionale attori, oppure in giacca e cravatta, negli immensi spiazzi delle borgate romane, mentre giocava con i ragazzini.
Un aneddoto carino: il 16 marzo 1975 Pasolini sfidò Bernardo Bertolucci in una partita passata alla storia con il nome di Novecento contro Centoventi, dai titoli dei film in cui erano impegnati i due registi (Novecento, appunto, Bertolucci; Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma), che reclutarono gli altri giocatori fra troupe e cast. Il risultato fu impietoso: vinse la squadra di Bertolucci per 5-2 (anche se egli sostiene da sempre di aver vinto 19-13), mentre Pasolini abbandonò stizzito il campo.

«I giudici hanno capito che quanto sosteneva De Santis era pura follia: ma hanno voluto comunque esprimere un verdetto di condanna, per il semplice fatto che Pier Paolo è omosessuale. In Italia non c’è un articolo di codice che contempli l’omosessualità come reato. Hanno, quindi, escogitato una scappatoia. È una scappatoia cervellotica, ma tanto gli basta.»
Alberto Moravia, 1967

Le denunce e i processi
Tornando a bomba sul tema “quanto era amato ai suoi tempi e quanto senz’altro lo sarebbe oggi”: nel corso della sua vita, Pasolini ricevette ventiquattro fra denunce e querele, alcune relative alle sue opere (tacciate di oscenità o vilipendio alla religione), altre invece evidentemente orientate a colpire l’uomo e non l’artista.
Qualche esempio: la sera del 31 dicembre 1950 era a Chioggia con il cugino friulano Nico Naldini e con il suo amico scrittore Giovanni Comisso. Gli cadde una banconota dalla tasca, qualcuno la raccolse nel tentativo di accaparrarsela, ne nacque una piccola diatriba e la polizia intervenne all’istante. Il risultato? Pasolini venne arrestato e passò in carcere la notte di Capodanno.
Un altro episodio: una notte dell’estate 1960, mentre girava in auto per Trastevere, accettò di dare un passaggio a due ragazzi, che però poco prima, a sua insaputa, erano stati coinvolti in una rissa. Fermato, venne accusato di favoreggiamento.
L’anno dopo, la peggiore in assoluto: Pasolini, di nuovo in auto, si fermò in un bar, prese qualcosa da bere e scambiò due chiacchiere con il barista, Bernardino De Santis, poi ripartì per la sua strada. Qualche giorno più tardi, ricevette una denuncia per rapina a mano armata (la pistola sarebbe stata caricata con un proiettile d’oro!), porto abusivo di armi da fuoco, minacce al ragazzo del bar. Era un’accusa completamente inventata, ciononostante gli avvocati di De Santis chiesero che lo scrittore venisse dichiarato “persona socialmente pericolosa”. Arrivò persino una condanna che sarebbe pure stata mite, se Pasolini fosse stato davvero colpevole, ma che di fatto risultava totalmente immotivata dal momento che, come era chiarissimo a tutti, era innocente. L’iter si chiuse solo nel 1967, sei anni dopo, quando venne assolto per insufficienza di prove.

«Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c’è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore…
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell’amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all’avventura
sicuri d’essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell’essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.
»
Da Sesso, consolazione della miseria, in La religione del mio tempo

L’amore, il corpo, il sesso
Che Pasolini era omosessuale, oggi lo sanno tutti. Ai tempi anche lo seppero tutti, e nel peggiore dei modi. La notte del 30 settembre 1949, durante una sagra in un paese friulano nei pressi di Casarsa, Pasolini (che a quei tempi era insegnante delle scuole medie, poeta dialettale apprezzato e segretario del PCI in una sezione locale) si appartò nel buio con tre ragazzi più giovani di lui. L’indomani questi, pentiti dell’avventura vissuta la sera precedente, litigarono ad alta voce fra loro: qualcuno, di orientamento politico opposto a quello pasoliniano, li sentì e corse a denunciarlo. Esplose uno scandalo: gli esponenti locali del PCI lo cacciarono dal partito; la scuola dove lavorava lo licenziò in tronco. L’accusa era quella di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minori: fu in seguito a questo avvenimento che Pasolini  capì di non poter più vivere a Casarsa e decise di fuggire a Roma con la madre.
Lo scrittore era attratto dai ragazzi di sedici o massimo diciotto anni, con le gambe muscolose e i fianchi stretti, i capelli neri ricci e un sorriso aperto, sfrontato. Nella capitale li incontrava quasi ogni sera, alla stazione Termini o alle Terme di Caracalla, i luoghi in cui gli adolescenti delle borgate si recavano per farsi rimorchiare dai “frosci” (come li chiamavano loro, e come li chiamava lo stesso Pasolini nei suoi romanzi romani, Ragazzi di vita e Una vita volenta): in cambio di qualche moneta, si prestavano volentieri a lasciarsi toccare nelle ultime file di un cinema; oppure, se la paga aumentava, anche ad avere rapporti completi, ma sempre con un ruolo attivo, per non rischiare di mettere in discussione la propria mascolinità – con i soldi ricavati, del resto, spesso andavano a loro volta a prostitute, oppure compravano un regalo alla fidanzata.
Pasolini conosceva bene questo ambiente: sapeva come muoversi, cosa dire, cosa fare. Soprattutto, sapeva cosa poteva chiedere e cosa no. Ciononostante spesso azzardava, osava, si spingeva oltre, e per i suoi amici e collaboratori non era affatto inconsueto trovarlo la mattina dopo, pur impeccabilmente vestito e puntuale come al solito, con il corpo pieno di graffi, tagli e lividi. (Vorremmo davvero che Pasolini fosse qui con noi, oggi? Riusciremmo davvero ad accettare una cosa simile? Io, più ci penso e più credo di no.)

«Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere. Chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista.»
Da un’intervista su «Dix de Der», 31/10/1975.

La fama, in Italia e all’estero
Pasolini divenne famoso, lentamente, a metà degli anni Cinquanta, grazie ai due già citati romanzi romani e, anche, agli scandali che ne seguirono. Diventò poi molto famoso nel decennio successivo soprattutto per il suo cinema, che a posteriori si può dividere in due macrocategorie (ma sono di più): la prima, di carattere nazionalpopolare nell’accezione gramsciana del termine, va da Accattone a Edipo Re; la seconda, da Teorema in poi, è di taglio più elitario. Il cambiamento di rotta è dovuto a un mutamento nella sua concezione sociologica: Pasolini faceva film per il popolo quando esisteva ancora un popolo, ma nel momento in cui questo, per via del capitalismo, si trasforma in massa, il regista sente il bisogno di rivolgersi altrove. Poi, dopo aver esplorato il mito (con Edipo Re, appunto, e Medea, splendido, con la Callas), venne colto da un sentimento molto umano: “una gran voglia di ridere”, che artisticamente si tradusse nella decisione di girare un film ispirato al Decameron di Boccaccio, poi a I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, e infine a Il fiore delle Mille e una notte. E qui la sua popolarità esplose, in Italia e all’estero. Con qualche aggiustamento rispetto ai testi originali, Pasolini mise a punto scene scherzose e goliardiche, in cui si susseguivano scherzi, inganni, risate e soprattutto amplessi, con scanzonata esposizione di nudi femminili e, cosa piuttosto inedita, maschili. I tre film, idealmente raccolti dalla critica con il nome di Trilogia della Vita, ottennero uno straordinario successo di pubblico e di critica, vinsero premi importanti, furono seguiti da una miriade di parodie. Di Pasolini si continuava a dire peste e corna, ma era chiaro per tutti che lavorare con lui era un lasciapassare prestigioso.
La sua fama arrivò rapidamente anche oltre i confini nazionali: francesi, inglesi, tedeschi, svedesi erano curiosissimi di conoscere questo personaggio che, si diceva, scandalizzava l’Italia come mai nessun altro aveva fatto prima. E rimanevano di stucco vedendo comparire un cinquantenne giovanile (momento gossip: Pasolini era uno di quelli che andavano all’estero a fare cure di Gerovital, un farmaco contro l’invecchiamento), pacato, ordinato, con gli occhiali da sole anche al chiuso, con una grande disponibilità a rispondere a ogni domanda ma, al tempo stesso, anche un’immensa e forse stanca laconicità. In Italia, Pasolini era uno scandalo: all’estero, era un enigma.
C’è un episodio non molto noto della vita di Pasolini che secondo me è importante ricordare. Alla fine dell’ottobre del 1975, a pochi giorni dalla sua morte, venne invitato in Svezia da Lucia Pallavicini, direttrice dell’Istituto Italiano di cultura di Stoccolma. Sulla scia dell’eccitazione per la vittoria del Premio Nobel da parte di Montale (appunto nel 1975), e nella convinzione che Pasolini fosse l’unico altro intellettuale italiano che potesse ambire a tale riconoscimento, era felice di presentarlo alla élite culturale svedese. Furono quattro giorni pieni di incontri, interviste, lezioni e discussioni estremamente proficui, a cui lo scrittore partecipò con grande correttezza e generosità, pur senza particolari slanci. Poi quello che successe dopo è cosa piuttosto nota; ma, per quanto può contare, mi piace soffermarmi su questo pensiero: pochi giorni prima di morire, Pasolini sfiorò il Premio Nobel.

«Non si ammazzano i poeti!»
Elsa Morante, al funerale di Pier Paolo Pasolini

La morte
Molto più che la sua vita e le sue opere, la morte di Pasolini è un argomento che desta continuamente curiosità e morbosità. Su quello che avvenne effettivamente nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 sul Lungomare di Ostia sono state fatte centinaia di ipotesi, ma nessuno sa la verità.
Andando con ordine, e cercando di mantenere una certa razionalità, questi sono i fatti. Il 1° novembre 1975 Pasolini rimase tutto il giorno a casa, con la madre. Andarono a trovarlo Ninetto Davoli, Laura Betti, e poi Fulvio Colombo per un’intervista. La sera uscì e andò a cena ancora con Ninetto Davoli e famiglia. Poi, solo, salì sulla sua Alfa 2000, raggiunse la stazione Termini e, dopo aver parlato con qualche ragazzo, fece salire a bordo Giuseppe “Pino” Pelosi, un diciassettenne di borgata che viveva di espedienti, e lo portò a mangiare all’osteria “Biondo Tevere”. Uscirono verso mezzanotte: da questo momento in poi, tutto quello che si sa è frutto di supposizioni e ricostruzioni.
Un’ora e mezzo dopo, Pelosi venne fermato dalla polizia mentre sfrecciava contromano a bordo dell’Alfa di Pasolini: arrestato per furto d’auto, venne trasferito in carcere. Il mattino successivo, sul lungomare di Ostia, fu ritrovato il cadavere dello scrittore. Interrogato, Pelosi confessò di averlo ucciso per legittima difesa: davanti al suo rifiuto di avere un rapporto completo Pasolini l’avrebbe colpito per primo e lui avrebbe reagito, rispondendo a suon di calci e bastonate, fino a farlo crollare a terra. Poi, spaventato, sarebbe salito in macchina per cercare di scappare, passando con le ruote sul corpo dello scrittore e uccidendolo. Le foto del cadavere, ampiamente mostrate dai giornali e dalla TV, rivelano un corpo irriconoscibile, martoriato dalle ferite.
Pelosi, processato, venne condannato per omicidio nel 1976; nel 1983 ottenne la libertà vigilata, ma continuò a commettere reati più o meno gravi e quindi a entrare e uscire di prigione. Nel 2005, intervistato dalla trasmissione televisiva Ombre sul giallo, sconfessò tutto ciò che aveva detto trent’anni prima: sostenne che a uccidere Pasolini fossero stati altri uomini, probabilmente siciliani, con bastoni e catene, e che egli non aveva mai osato parlarne perché l’avevano minacciato di morte. Il suo intervento portò alla riapertura del processo, che però venne subito archiviato quando si scoprì che Pelosi era stato pagato per apparire in TV.
D’altro canto sono ancora molti i tasselli mancanti nel puzzle di quella terribile notte: fra omissioni, ritrattamenti, testimonianze contraddittorie, è difficile avere un quadro obiettivo di quanto è successo. Una delle prime persone a indagare fu la giornalista Oriana Fallaci, che con Pasolini aveva un rapporto di odio-amore molto forte e leale. I suoi articoli sollevarono il dubbio, ancora persistente, che ci fossero altre persone sulla scena del crimine e che la condanna di Pelosi fosse una scelta fatta a tavolino per mettere a tacere le polemiche.
E allora, chi ha ucciso Pasolini? La malavita, la mafia, i fascisti? O forse, addirittura, lo Stato? Lo scrittore aveva talmente tanti nemici che trovare una risposta univoca sembra impossibile. Per contro la stessa Fallaci, così come Nico Naldini, Walter Siti e molti altri, ha suggerito un’altra ipotesi, purtroppo altrettanto inverificabile: Pasolini sarebbe stato stanco di vivere. Forse perché aveva già fatto e vissuto troppo; forse perché la sua esistenza, come egli stesso disse e scrisse in più occasioni, non gli interessava più. Lo scrittore era perfettamente conscio di quanto il suo stile di vita notturno fosse pericoloso («mi stupisco che non mi abbiano ancora ammazzato», disse in più occasioni), eppure non fece mai nulla per cambiarlo ma, anzi, lo intensificò. Finché una notte, fatalmente, andò incontro alla sua fine, che agli occhi dei più cari amici appare come una sorta di suicidio: una morte non solo annunciata, ma addirittura cercata.
Ora, io chiaramente non so come e perché sia morto Pasolini. È ormai assodato, come era chiaro fin dall’inizio, che a ucciderlo non è stato Pino Pelosi. C’era altra gente, ci sono state dinamiche che ora si possono solo supporre e non verificare (le indagini, fra l’altro, sono state estremamente trascurate), motivazioni che si prestano a centinaia di illazioni. Non potendo parlare con lui, di nuovo, credo che sia importante soffermarsi sulle sue ultime opere, nella fattispecie Salò o le 120 giornate di Sodoma, per quanto riguarda i film, e Petrolio, per la narrativa. Io ho letto Petrolio e visto Salò (gli incubi, ancora oggi, dopo 22 anni: quando l’hanno proiettato nelle sale, la gente usciva dai cinema vomitando – per dire), godo del piacere di essere ancora scandalizzata, quelle poche volte che ormai capita, ma mi chiedo: davvero, ci poteva essere qualcosa di più? Ci sono situazioni che non prevedono un “dopo”, e mi sembra che Pasolini rientri in questa casistica. Delego totalmente il mio pensiero all’intervento di Piergiorgio Bellocchio Disperatamente italiano (in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Meridiani Mondadori, 2009), e qui chiudo questo post caotico e inconcludente – ma, spero si senta, davvero pieno d’amore per un intellettuale (un poeta) che ho amato e amo al punto da annullare la distanza – di anni, di vita, di pensiero – che ci separa, dal 1975 a oggi.

«La morte prematura di uno scrittore, di un artista, pone fatalmente la domanda, non sempre e non del tutto oziosa: che cosa avrebbe potuto ancora fare? […] Certe morti poi, ancorché premature rispetto alla durata media della vita, sembrano arrivare al momento giusto, non accidentali ma in un certo senso provvidenziali, quasi volute, compiendo insieme perfettamente vita e opera: Mozart, Puškin, Leopardi, Kierkegaard, Proust…
Questo appuntamento con il destino sembrerebbe valere anche per Pasolini. Poteva girare ancora dei film dopo Salò-Sade? Che cosa avrebbe fatto di Petrolio? Sappiamo che un nuovo film, apocalittico, era in cantiere: e poi? Un’altra apocalisse? Gli restava ancora qualche “abiura” da dichiarare? Quale voce avrebbe dovuto inventarsi, considerando che i mali da lui denunciati, e già sentiti insopportabili, si sarebbero progressivamente aggravati e incancreniti? Poco più di due anni dopo la sua morte, ci sarebbero stati il rapimento e l’assassinio di Moro, la DC già data per spacciata che risorge e governa per un altro decennio, l’avvento del craxismo, il crollo dell’Urss e del comunismo, lo spappolamento ideologico, la continua degenerazione della moralità e del gusto, i romanzi di Eco, l’irresistibile e felice corsa all’involgarimento e all’istupidimento… Pasolini che aveva già visto nella televisione lo strumento del “genocidio culturale”, che cosa avrebbe ancora potuto dire contro la mostruosa telecrazia dell’ultimo ventennio?
Quel che manca è un Pasolini: quante volte dopo la sua morte abbiamo sentito questo lagnoso luogo comune. Anche a me è capitato di provare questo rimpianto, per esempio quando nessuna autorità culturale aveva il coraggio di pronunciare certi “no” doverosi e indispensabili: Pasolini non avrebbe esitato un istante…
Ma bisogna convenire che Pasolini ha dato, e detto, tutto. La “fine della nostra storia”, cioè della speranza politica, annunciata da Pasolini vent’anni prima, e ora davvero definitiva, non poteva che coincidere con quella della sua privata esistenza.»

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

2 comments On Pasolini: testimoniare lo scandalo

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer