I blog di cucina

Una decina di anni fa, come saprete (a meno che nel frattempo non siate vissuti su Marte, intendo), c’è stata una vera e propria esplosione del tema “cucina”: in TV non si parlava d’altro e l’editoria, sempre pronta ad attaccarsi tipo zecca alle mode imperanti, non s’è tirata indietro – quindi anche le librerie erano piene di volumi di ricette e affini (qualche dato qui).
Poi, come sempre, il vento è cambiato, il settore si è saturato (o almeno, ha smesso di fare i numeri che un tempo faceva), l’attenzione si è spostata altrove. Persino la cucina, tema universale e di sicura presa, è andata in crisi, e a me questa cosa dispiace moltissimo per almeno due ragioni: primo, perché per anni la mia principale attività è stata seguire libri di ricette e davvero, fra tutte le robe che possono capitare a chi lavora nell’editoria, la cucina è grasso che cola – letteralmente. Secondo, perché il crollo dell’autorità televisivo-libraria in campo culinario ha generato mostri e lasciato un vuoto profondo nelle nostre vite, al punto che vedo persone che conosco, e a volte persino che stimo o considero amiche, condividere con gioia videoricette e piatti stile Tasty e affini che io non darei neanche al mio cane, se pure ne avessi uno (davvero, avvolgere una tavoletta di cioccolato nella pasta sfoglia confezionata, metterla in forno e poi ricoprirla di Nutella e cospargerla di Smarties non è una sfiziosa golosità: è la fine della civiltà, l’oscuro Medioevo che riemerge dalle nebbie del tempo per reclamare il suo tributo di trigliceridi, la caduta degli dei, le fiamme dell’inferno).
C’è però un settore che la crisi sembra aver risparmiato, ed è quello dei blog di cucina. Ce ne sono a migliaia, saltano fuori come funghi dopo la pioggia, proliferano per mitosi e/o meiosi, che adesso non ricordo la differenza ma dopo, giuro, me la vado a rivedere. Sono un vero e proprio mondo parallelo, una Terra di mezzo che neppure Tolkien avrebbe mai saputo inventare. In questa giungla intricatissima di milioni di pagine web, popolata da foto, ricette e sbrodolamenti di parole, in cui si dice che nessuno abbia mai visto apparire né un congiuntivo né un perché con l’accento giusto, si agita una fauna di cuoche/i più o meno talentuosi e di commentatori compulsivi che si amano e si odiano, si lasciano e poi si riprendono, si litigano e si ammirano, si invidiano e si citano: una specie di Beautiful, ma con più curcuma.
Io, lo confesso, adoro questi blog. Le ricette mi divertono e mi rilassano; a volte me le leggo proprio come si farebbe con un fumetto o un fotoromanzo, in attesa del lieto fine; altre volte invece le uso in maniera più canonica, ossia per cucinare. La mia frequentazione con l’ambiente forse non ha migliorato più di tanto le mie capacità ai fornelli, ma di sicuro mi ha permesso di tracciare alcune linee guida per non perdermi all’interno di questa selva oscura. Ecco quindi le caratteristiche più ricorrenti che, insieme o da sole, si possono ritrovare nei blog di cucina.

Quelli che fanno lo spiegone.
Chiamatemi idealista, ma io sogno un mondo in cui, quando cerco su Internet “ricetta tiramisù”, trovo la ricetta del tiramisù e basta. Invece quello in cui di solito mi imbatto è: «Il tiramisù è il dolce più amato della tradizione italiana, un dessert ideale per i giorni di festa ma anche per concludere nel migliore dei modi una cena fra amici…» e via con una spataffiata di ventordicimila righe in cui si illustra la storia del tiramisù (copiata da Wikipedia, quando va bene) dalla Preistoria ai giorni nostri. C’è persino chi la introduce con la frase: «Il tiramisù è un dolce che non ha bisogno di presentazioni». E meno male…

Quelli che fanno lo spiegone – Sentimental edition.
Variante estremamente diffusa della categoria “spiegone” sono tutti quei blog che, prima di sganciare la maledetta ricetta, si sentono in dovere di dirti che «il tiramisù è il dolce preferito di mio zio Pinuccio di Reggio Calabria», «l’ho preparato per la cresima delle bambine e agli ospiti è piaciuto tanto», «lo faccio ogni volta che io e mio marito riusciamo a concederci una cenetta da soli senza figli – occhiolino». Ma un bel «e chi se ne frega?!» non lo vogliamo aggiungere? Voglio la ricetta, non sapere i fatti tuoi!
In realtà mi sono convinta che lo storytelling con cui oggi tutti ci riempiamo la bocca sia un’invenzione dei blog di cucina (ok: non solo di cucina, ma comunque dei blog) nata allo scopo di allungare la broda per poter aggiungere più pubblicità alle pagine. Una pratica a cui senz’altro ricorrerò anch’io appena i numeri del blog me lo permetteranno, tanto logorroica lo sono già, figurati cosa mi ci vuole, banner pubblicitari ogni due righe, dai che è la volta che faccio i big money che ritengo assolutamente deprecabile. Ecco, l’ho detto.

Gli sfiziosi.
Gli sfiziosi sono quelli che inseriscono a caso ingredienti ricercati, anzi introvabili, anzi secondo me se li inventano proprio, nelle loro ricette altrimenti banalissime. Tipo: «Per fare le uova strapazzate prendete due uova, sbattetele, aggiungete un pizzico di sale, pepe e un mezzo cucchiaino di cannella salata del Madagascar orientale stagionata due anni in foglie di ibisco maculato. Mettete tutto in padella e via, il gioco è fatto!».
Al che i lettori si affannano a cercare ovunque questa fantomatica cannella salata, spulciano negozi e botteghe, girano su Internet, scrivono all’ambasciata italiana del Madagascar, ma niente, l’ingrediente magico non viene fuori. «Posso provare magari a sostituirla con della cannella normale?» chiedono allora i più temerari. «Noooo impossibile! Quella che dico io ha proprio tutto un altro sapore, non si può sostituire!» è la risposta che ottengono, prima di rassegnarsi a ordinare una pizza per riprendersi dalla delusione.

Quelli che se la tirano.
Sono i foodblogger che millantano amicizie altolocate, tirando in ballo vip di ogni genere per far apparire le loro ricette più ambite e prelibate. «È l’arrosto proprio come lo fa Gerry Scotti», dicono. «Gli spaghetti alle olive di Antonino Cannavacciuolo», «la pasta frolla di Luca Montersino», «la torta di mele che Milly Carlucci prepara sempre ai suoi figli». Tutte puntualizzazioni che, personalmente, mi fanno rivalutare il celeberrimo pollo alla piastra di Elisabetta Canalis.

I permalosi.
Numerosissimi fra i foodblogger, i permalosi sono quelli che prima dicono: «La cucina è un mondo in cui si impara di continuo, mandatemi le vostre ricette, scrivetemi i vostri commenti, è così bello condividere e sperimentare cose nuove tutti insieme» e poi, appena qualcuno prova a dire la sua, sognano di crocifiggerlo con chiodi non di garofano.
Tipo: «Per fare la torta della nonna vi servono farina, zucchero, burro, scorza di limone, latte intero e 1756 uova (1760 se sono piccole)». Al che qualcuno interviene e rivela la sua perplessità: «Ma come 1756 uova? Io di solito ne uso 5…». La risposta: «Oh senti, questa è la mia ricetta e viene sempre bene, se poi te la vuoi fare in un altro modo fai come vuoi, ma è un’altra cosa rispetto alla torta che dico io [sottinteso: la prossima volta invece di commentare i miei post vai a strangolarti con le fettuccine di grano saraceno, va bene?!]».

I tecnici.
In questo genere di blog si trovano di solito ricette preparate e raccontate con cura estrema, ma anche con un’abbondanza di termini tecnici che le rendono sostanzialmente incomprensibili, se non altro agli esseri umani. Per esempio: «Stemperate il burro a pomata nella farina (W 260-300), unite il composto al poolish e aspettate la puntatura. A questo punto pirlate l’impasto e procedete alla pezzatura, aiutandovi con un tarocco. Rispettate i tempi di lievitazione, in modo da ottenere una corretta alveolatura, e poi coppate i pezzi per dar loro un aspetto regolare». Arrivati a questo punto, di solito l’incauto lettore pensa: “Vabbè, magari ho ancora due Sofficini surgelati in fondo al freezer, per stasera possono andar bene”.

Per ora mi fermo qui, perché ho l’impressione di aver già pirlato a sufficienza. Sia chiaro però: la mia è tutta invidia nei confronti dei foodblogger. Perché loro (sottinteso: e io no) sanno inventare e preparare ricette sempre nuove; loro le sanno impiattare in maniera tanto carina ed evocativa; loro le sanno poi fotografare divinamente, aggiungendo dettagli ben intonati tutt’intorno, creando delle piccole opere d’arte che è impossibile non ammirare.
Mi consolo però pensando che c’è chi sta peggio di me, ovvero coniugi, familiari e conviventi dei foodblogger: gente costretta a patire la fame pur avendo a portata di mano tutto quel ben di Dio; gente che da anni mangia solo piatti freddi, risotti incollati, secondi riscaldati al microonde finché non diventano tutti mollicci – o, quando proprio sono fortunati, esperimenti culinari andati male e quindi non condivisibili. «Amore, mangiamo? Sono tipo le 11 di sera, il bimbo è svenuto in preda a un calo di zuccheri e pure io non mi sento tanto bene…» «FERMO LÌ CON LE MANI, NON AZZARDARTI A TOCCARE NIENTE O TI FACCIO A PEZZI CON IL MINIPIMER E TI USO COME MACINATO PER IL RAGÙ! PRIMA DEVO FARE LE FOTO PER IL BLOG!!!». Una vita d’inferno, poveracci.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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