Una banda di idioti

«Un berretto verde da cacciatore stringeva la sommità di una grossa testa, tonda come un pallone. I paraorecchie verdi, che a malapena riuscivano a contenere le orecchie enormi, i peli che vi crescevano dentro e i capelli incolti, erano sollevati da entrambe le parti come due frecce che indichino direzioni opposte. Fra i folti baffi neri si insinuavano le labbra carnose e contratte che agli angoli terminavano in tante piccole rughe piene di disapprovazione e di briciole di patatine. Al riparo della visiera verde del berretto, gli occhi gialli e blu di Ignatius J. Reilly, pieni di alterigia, scrutavano le altre persone ferme sotto l’orologio dei magazzini D.H. Holmes in cerca di segni che testimoniassero il loro cattivo gusto nel vestirsi. Ignatius notò che alcuni capi di abbigliamento erano abbastanza nuovi e abbastanza costosi per essere tutto sommato considerati un oltraggio al buon gusto e alla decenza. Possedere una cosa nuova o costosa era segno di mancanza di teologia e geometria e poteva persino gettare dubbi sull’anima del possessore.»

Senza mezzi termini: uno dei libri più geniali e divertenti che abbia letto non negli ultimi tempi, ma proprio nella vita.
Nasce tutto da una citazione di Jonathan Swift: «Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui». Il genio in questione è Ignatius J. Reilly, un personaggio con ben pochi precedenti nella storia della letteratura, che l’editor Walker Percy definisce «una strana miscela tra un barbone, un Oliver Hardy impazzito, un Don Chisciotte grasso e un Tommaso d’Aquino perverso» e che è di per sé già un romanzo: obeso, misogino, estremamente colto, presuntuoso, divoratore seriale di hot dog e bibite e grande produttore di flatulenze ed eruttazioni, improduttivo, bugiardo, cattivo con la madre, a cui è legato da un complesso edipico notevole, ma in fondo anche con chiunque altro. Con i folti baffi umidi, gli occhi gialli e blu, il pesante berretto di panno verde sempre in testa, Ignatius si muove pigramente, e solo se costretto,  per le strade di New Orleans, città anch’essa raccontata in modo straordinario. Non lavora, pur essendo già un uomo fatto e finito; spilla i soldi alla madre per andare al cinema (dove si ingozza di popcorn e sbrodola critiche feroci su ogni film che vede); passa le giornate a letto a masturbarsi, oppure a guardare programmi TV con i bambini che ballano, o ancora a scrivere pagine e pagine di salaci riflessioni in merito allo scorrere del tempo, alla società, al tragico disfacimento del sistema medievale con tutto quel che ne consegue per l’uomo d’oggi. Mantiene anche una fitta e caustica corrispondenza con Myrna Minkoff, sua ex compagna di università, anima gemella e rivale, la vera forza propulsiva di ogni sua azione: non si muove per compiacerla ma nella speranza di distruggerla – il che, trattandosi di Ignatius, è comunque già molto.
È insomma un personaggio sgradevole, spesso insopportabile, che va contro molti nostri principi e contro ogni ideale di perbenismo e omologazione di cui, bene o male, siamo tutti permeati. «L’America ha molte facce, ma quasi tutte hanno paura della faccia di Ignatius. Perché nel suo corpaccione riassume tutto ciò che l’America non ammette di essere» scrive Stefano Benni, e il discorso vale benissimo anche per l’Europa. Eppure, anzi forse proprio per questo, io l’ho adorato. Perché Ignatius rappresenta una monumentale alternativa al nostro modo di vivere e a tutto ciò che crediamo giusto e politically correct; perché non è semplicemente contro la società, è proprio la sua negazione. Infatti nel momento in cui si trova costretto a entrarci, in quella società che disprezza, cominciano i guai.
Succede che un giorno sua madre, che pure qualche scheletro nell’armadio ce l’ha (sotto forma di bottiglie di vino ben nascoste in fondo al forno), guidando ubriaca, distrugge un edificio. Il proprietario dell’immobile rinuncia a trascinarla in tribunale, a patto che lei lo risarcisca. La donna però non ha soldi e quindi, dopo furiose disquisizioni, spedisce il figlio a lavorare, per la prima volta in vita sua.
A quel punto Ignatius J. Reilly finisce immerso, non certo in maniera passiva, in un affresco dadaista di eventi e personaggi grotteschi: Gus Levy, proprietario della fabbrica in cui lavora come impiegato – e nella quale tenterà di guidare una sollevazione di operai; sua moglie, la signora Levy, che coltiva una relazione extraconiugale molto appagante con il suo lettino da massaggio; la signorina Trixie, vecchia oltre ogni limite, che sogna la pensione e il prosciutto pasquale; l’agente Mancuso, che tenta a più riprese di arrestare Ignatius, e sua madre Santa Battaglia; il nero Jones, sfruttato ragazzo delle pulizie dell’ambiguo locale Notti di follia, con Lana Lee, la padrona-“nazista” e Darlene, la spogliarellista che ha in mente un numero di grande effetto in compagnia di un uccello; Dorian Green e il suo gruppo di amici gay, che Ignatius vorrebbe trasformare in un movimento pacifista in grado di portare la pace nel mondo…
Non c’è davvero modo né tempo per annoiarsi inoltrandosi fra le pagine di Una banda di idioti, perché Ignatius, trovandosi in un mondo (il nostro) che non gli appartiene, finisce inevitabilmente per combinare un pasticcio dietro l’altro, uno più grande dell’altro, per il divertimento del lettore e la disperazione di sua madre, che in effetti a un certo punto inizia a pensare di toglierselo dai piedi per godersi, finalmente, una serena vecchiaia.
Si ride tanto, qua, ma non si ride e basta, perché l’autore è bravissimo a smascherare le nostre ipocrisie e lo fa spesso in maniera caustica, senza indulgenza. D’altronde, John Kennedy Toole aveva tutte le ragioni per essere poco accondiscendente: la sua storia personale è molto più amara dell’ironia che si trova nel suo romanzo. Nato nel 1937 a New Orleans, è cresciuto con una madre estremamente presente che non gli ha mai del tutto permesso di integrarsi con i suoi coetanei – in compenso, però, l’ha aiutato a diventare un genio. A 16 anni ha scritto il suo primo romanzo, La Bibbia al neon, rimasto nel cassetto; a 22 già insegnava al college. Spedito in Porto Rico per il servizio militare, ne ha approfittato per  insegnare inglese ai locali e per iniziare il suo capolavoro, Una banda di idioti appunto, che ha completato qualche anno dopo, tornato a New Orleans. Una volta finito, ha affidato il manoscritto, a cui teneva tantissimo, a Robert Gottlieb, editor della Simon&Schuster (quello, fra l’altro, che ha scelto di pubblicare Comma 22, altro capolavoro di altissima comicità). Gottlieb ha riconosciuto il talento di Toole, ma non era convinto della sua opera: gli sembrava tutto sommato inconcludente, per cui l’ha rifiutata. L’autore non l’ha presa benissimo: s’è suicidato sulle rive del Mississippi la mattina del 26 marzo 1969, a 31 anni.
Sua mamma, invece, non s’è data per vinta: ha raccolto i fogli del manoscritto ed è andata letteralmente a bussare a tutte le porte per farlo pubblicare. Nel 1975 è riuscita finalmente a farsi ascoltare da Walker Percy, che, controvoglia, si è messo a leggerlo: «All’inizio con l’acuta sensazione che non fosse abbastanza brutto da consentirmi di smettere, poi con una punta d’interesse e via via con sempre maggiore emozione, che sfociò alla fine in incredulità: non era possibile che fosse così valido». Invece sì, lo era: pubblicato in America nel 1980 (in Italia nel 1998 da Marcos y Marcos, con una traduzione notevole di Luciana Bianciardi), è arrivato a vendere due milioni di copie in tutto il mondo. E poi ecco, la cosa più ironica di tutte: nel 1981 a John Kennedy Toole, morto ormai da 12 anni, è stato assegnato un Premio Pulitzer postumo.
Neanche a Ignatius J. Reilly, che pure nell’assurdo sguazza dall’inizio alla fine della storia, sarebbe potuto accadere qualcosa di simile.

John Kennedy Toole, Una banda di idioti, Marcos y Marcos, 1998.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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