Guasti

«Era pronta per il pienone della domenica, pronta per la folla e le foto e le strette di mano e i sorrisi di quanti avrebbero riconosciuto nel plastinato il grande fotografo e in lei l’inseparabile compagna, sempre impeccabile ai suoi meravigliosi vernissage. Sorrise alla teca e tornò da lui, lo sguardo di nuovo alla scala: ecco comparire una fronte e degli occhi e un naso e una bocca e un collo e un cartellino e buongiorno! come sta?
Ero certo di trovarla qui. Le ho preso un cornetto.
Lei si irrigidì. Un cornetto era denti da lavare, trucco in bagno, altro rossetto, e se qualcuno fosse venuto? se fosse arrivato nel frattempo per vedere lui?
Il vigilante del piano di sotto le passò il sacchettino. Ho pensato che le avrebbe fatto piacere.
Mi fa piacere. Accolse la colazione. Sono felice che abbia pensato a me.
È che lei è sempre qui, e un po’ mi spiace vederla sola.
Sono in ottima compagnia, e ammiccando al cadavere aprì il crocchiante sacchetto di carta, tirò fuori il cornetto con due dita, indice e pollice, e storse un po’ la bocca quando vide la bolla di marmellata sulla brioche. Era lì tra lo zucchero, gonfia, rappresentazione del pericolo di rendere appiccicose le dita e i palmi delle mani e le labbra e a non stare attenti anche l’abito e i capelli. Guardò il vigilante. Alla marmellata proprio come piace a me, e diede il primo morso mentre lui estraeva un saccottino con le gocce di cioccolato.»

Quando ho scoperto l’esistenza di mostre come Real Bodies o Body Words di Gunther von Hagens, l’inventore della plastinazione (tecnica che consente la conservazione dei corpi dopo la morte, rendendo i reperti organici rigidi e inodori); quando mi hanno detto che erano in giro eventi in cui venivano esposti corpi morti veri, cioè cadaveri, ho avuto un solo pensiero, molto poco profondo, che si potrebbe riassumere con: «Mamma, che schifo!».
Fortunatamente però c’è stato anche chi è riuscito a fare riflessioni di altro genere: mi riferisco a Giorgia Tribuiani, che proprio attorno a questo tema ha costruito il suo primo romanzo, Guasti. Confesso che, quando l’ho preso, non ero incuriosita tanto dalla trama (riassumendo al massimo: Giada è una giovane donna che, dopo la morte del compagno, famosissimo fotografo, va a trovarlo ogni giorno nella mostra in cui il suo cadavere plastinato è esposto, attirando l’attenzione – e spesso anche la riprovazione – degli altri visitatori e degli addetti al museo, fatta eccezione per il “vigilante del piano di sotto” che invece le tende una mano per farla uscire dalla voragine in cui è sprofondata) né dai grandi temi che un libro simile inevitabilmente porta con sé (si parla di vita e di morte, di amore e annullamento, di corpi ed esposizione, di quanto l’essere umano possa essere considerato o meno un’opera d’arte), quanto, come si diceva a scuola, dallo svolgimento. Volevo capire come l’autrice potesse seguire e raccontare la protagonista per trenta giorni di fila, un capitolo dopo l’altro, sempre nello stesso posto e sostanzialmente con gli stessi personaggi, con in più l’ingombrante presenza, anche fisica, di un morto amato e plastinato: come, cioè, l’avrebbe accompagnata in questo suo percorso, ben scandito dall’incedere delle giornate, e se si sarebbe trattato di una discesa verso gli inferi o una risalita verso le stelle.
A posteriori direi che Giada si muove in entrambe le direzioni, ma sempre con un’intensità che sconvolge. Quello che m’è piaciuto di più di questo romanzo è il modo in cui la Tribuiani affronta e dipana l’ossessione della sua protagonista: la cura estrema nella scelta delle parole, il rimbalzare dei loro suono, il ritmo, le pause e le accelerazioni. A volte la morbosità si fa densa e appiccicosa come la marmellata del cornetto che le regala il vigilante, ma, cosa che ho apprezzato enormemente, non scivola mai nel compiacimento.
È un libro che ho amato molto, con un’eroina (ecco: qui “eroina” è molto più azzeccato che “protagonista”) che trascina con sé il lettore nel suo dramma e un’autrice che non fa sconti a nessuno dei due. E forse neanche a sé stessa, narrativamente parlando, e questa è una delle ragioni per cui la reputo profondamente interessante; da seguire senz’altro anche nei prossimi lavori – che, si spera, arriveranno presto.

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland, 2018.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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