Trilogia della città di K.

«Abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.
Ad esempio, è proibito scrivere: “Nonna somiglia a una strega”; ma è permesso scrivere: “La gente chiama Nonna la Strega”.
È proibito scrivere: “La Piccola Città è bella”, perché la Piccola Città può essere bella per noi e brutta per qualcun altro.
Allo stesso modo, se scriviamo: “L’attendente è gentile”, non è una verità, perché l’attendente può essere capace di cattiverie che noi ignoriamo. Quindi scriveremo semplicemente: “L’attendente ci regala delle coperte”.
Scriveremo: “Noi mangiamo molte noci”, e non: “Amiamo le noci”, perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. “Amare le noci” e “amare nostra Madre” non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di sé stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.»

Trilogia della città di K.

Scelgo sempre con estrema cura i libri da portare in vacanza, perché devono avere una serie di imprescindibili caratteristiche: essere di carta (niente contro gli e-book, che a casa leggo tranquillamente, ma in vacanza: e se mi rubano il lettore – e se si rompe – e se si perde – e se dimentico il caricabatteria? No, troppi rischi); devono essere almeno due perché uno è poco ma tre o più sono troppi (li devo portare in spalla per due-tre settimane e occupano posto nello zaino); devono essere lunghi quanto basta per coprire la durata del viaggio, ma senza sforare. Soprattutto, però, devono piacermi. Perché se io mi trovo dall’altra parte del mondo con un libro che mi fa schifo, senza alternative, allora è una tragedia – pari solo al dimenticare a casa la schiuma Ricci perfetti, per capirci.
Cerco sempre quindi di andare sul sicuro, lasciando le sperimentazioni ad altri periodi dell’anno, e quest’estate ho optato per Trilogia della città di K. di Agota Kristof, libro che possedevo dal lontano 2010 senza però mai averlo aperto (gli sberloni che mi darei, quando ci penso…), ma che sapevo mi sarebbe piaciuto. E così è stato.
In pratica è andata a finire che dopo il primo volo, quello da Berlino a Francoforte, mezz’ora, ben prima di imbarcarmi per il Messico, avevo già letto tutta la prima parte, che mi s’è conficcata dentro come una scheggia. L’ho riletta nel secondo volo, prima di impedirmi di proseguire (finire il primo libro nel viaggio d’andata va contro tutti i principi sopra esposti), e poi mi ci sono buttata al ritorno, con vera ingordigia.
Il libro, essendo una trilogia, si articola appunto in tre parti. La prima, Il grande quaderno, è la storia di due gemelli che la Madre disperata conduce dalla Grande Città, ormai funestata dalla guerra, alla Piccola Città, dove forse saranno al sicuro. Li lascia a sua madre, la Nonna, una vecchia selvaggia e avara, spesso anche malvagia, che tutti chiamano “la Strega”. Ma se la Nonna è strega, i due gemelli un po’ maghi lo sono: imparano in fretta a lavorare, a guadagnarsi da vivere, a bere e fumare nelle bettole, a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno – persino ad ammazzare, se serve e se è loro richiesto. Soprattutto, imparano a sopportare il dolore e l’assenza della gioia, con la seconda che quasi sempre è peggio del primo. Capitolo straordinariamente intenso questo: una favola nera ma pur sempre una favola, ambientata in un passato insieme onirico e lucidissimo.
Poi si spalanca il baratro: quello della guerra calda prima e fredda poi, delle conquiste, dei vincitori e dei vinti, della crudeltà umana. La seconda parte, La prova, è il risveglio dal sogno, eppure sembra che ancora un futuro, per quanto nero, sia possibile. La terza e ultima parte, a caduta libera dentro l’abisso, si intitola La terza menzogna: è la negazione di ciò che è stato e di ciò che sarà; l’impossibilità di esistere nella storia se non cancellandone la memoria – al punto che la morte, presenza sempre più forte man mano che le pagine che separano dal finale si assottigliano, diventa l’unica speranza per riscoprire gli affetti, la famiglia, la comunione, il perdono.
Trilogia della città di K. è un libro che sarebbe fin troppo facile, anche se non del tutto sbagliato, definire cattivo: lo è nella misura in cui lo è la storia, e l’uomo che la fa. Un romanzo potente e tagliente, con una prosa secca e aguzza («che ha l’andatura di una marionetta omicida», diceva Manganelli), finito per direttissima nel reparto Capolavori della mia biblioteca mentale; da leggere, senza se e senza ma.

Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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