Le sette morti di Evelyn Hardcastle

«”Solo io so come si può sfuggire a Blackheath” ribadisce il Medico della Peste.
“Grazie alla sua proposta?” chiedo in tono sospettoso.
“Precisamente, anche se il termine enigma sarebbe forse più vicino alla realtà” dice, sollevando un orologio da taschino per controllare l’ora. “Qualcuno sarà assassinato al ballo di stasera. La sua morte non sembrerà un omicidio, perciò il colpevole non verrà catturato. Rettifichi questa ingiustizia e io le mostrerò la maniera di uscire da qui.”»

Le stte morti di Evelyn Hardacastle - Copertina Premessa: io ho un debole per gli enigmi della camera chiusa, ossia quelle storie in cui, in un ambiente circoscritto, succede un fattaccio (tipicamente: qualcuno viene ammazzato) sotto gli occhi di tutti i presenti e nessuno capisce come sia potuto accadere. E questo libro, mi sembra, ne è un esempio straordinario: cervellotico, complesso, arzigogolato, geniale. Le sette morti di Evelyn Hardcastle è una storia che avrebbe potuto benissimo scrivere Agatha Christie, ma solo se strafatta di LSD.
L’ambientazione è quanto di più classico si possa immaginare. C’è una maestosa residenza di campagna, Blackheath, circondata da boschi a non finire: una villa un tempo splendida ma ora délabré e anche piuttosto sinistra nei cui dintorni si trovano, come da copione, scuderie, laghetti, casette di giardinieri e portinai, cottage, il tutto rigorosamente immerso nella nebbia. All’interno, camere degli ospiti, biblioteche, studi, saloni per i ricevimenti, scale e naturalmente passaggi segreti: una specie di Cluedo, insomma, ma più macabro. I suoi padroni, Lord Peter e Lady Helena Hardcastle, sono sposati da tempo immemore, e infatti si detestano; i loro ospiti, tutti membri dell’alta società, hanno come si conviene più scheletri che abiti nell’armadio: uno spaccia laudano, un altro stupra giovani domestiche; un altro ancora è un ricattatore della peggior specie. Su tutti pesa un dramma accaduto molti anni prima: l’assassinio del giovane figlio degli Hardcastle, per cui a suo tempo è stato accusato, e prontamente impiccato, un servitore.
Fin qui, quindi, tutto nella norma, ma poi cominciano gli elementi di distorsione (l’effetto LSD di cui sopra). Intanto, la voce narrante parla in prima persona. O meglio, in più prime persone, perché il narratore si sveglia ogni giorno in un corpo diverso e, facendo i conti con la personalità dell’individuo che lo ospita – cosa, va da sé, non sempre piacevole – deve tentare di risolvere un delitto: la sera, alle 23, Evelyn Hardcastle, figlia dei padroni di casa, muore; chi è il suo assassino? La giornata si ripete sempre uguale, ma il protagonista la vive ogni giorno con occhi (e corpi) diversi.
C’è anche un curioso personaggio, chiamato il Medico della Peste, che ogni tanto appare a mo’ di Grillo Parlante e cerca di indirizzare il protagonista verso il vero scopo della sua missione: se riuscirà a trovare l’assassino di Evelyn Hardcastle e a comunicarglielo, avrà l’opportunità di lasciare l’orrenda Blackheath. Manco a dirlo, il protagonista non l’ascolta, fa di testa sua e s’infila ancora di più nei guai, i quali nella fattispecie hanno la forma poco rassicurante del coltello del Lacchè, un implacabile assassino che tenta di far fuori una dopo l’altra tutte le sue incarnazioni. La storia poi precipita in una sorta di voragine dantesca in cui più i dettagli si chiariscono e più la vicenda si complica, in un rompicapo perfettamente architettato in cui non mancano i colpi di scena.
Le sette morti di Evelyn Hardcastle, oltre appunto alla Christie, mi ha fatto pensare molto anche ai film di Christopher Nolan (Memento, Inception) e a quell’inquietantissimo capolavoro distopico che è Acido solforico di Amélie Nothomb. Credo di averlo scoperto nel momento giusto: nel momento, cioè, in cui più avevo voglia di essere presa per mano e portata in un mondo immaginario, non importa se assurdo, purché coerente e coinvolgente. Volevo sentirmi raccontare una storia e Stuart Turton me l’ha raccontata.
Leggere il suo libro è stato un po’ come fare un giro sulle montagne russe: coinvolgimento totale, adrenalina a palla, occhi spalancati e «WOW» alla fine. Mi rendo però conto che se qualcuno invece ci si avvicina con sguardo eccessivamente critico e un’insana voglia di sbirciare nel dietro le quinte anziché starsene buono in platea a godersi lo spettacolo, ecco che allora il tutto può apparire un po’ macchinoso. Lo è, per forza: altrimenti un’impalcatura del genere non starebbe mai in piedi. Ma, per un pieno godimento dell’opera, bisogna aver voglia di farsi illudere e trasportare qua e là dall’autore. In caso contrario, meglio leggere altro.

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Harcastle, Neri Pozza, 2019.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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