I libri del mese – Dicembre 2018

Siccome le settimane scorse c’è stata una gran profusione di consigli da parte di autori, blogger e librerie sui volumi da regalare a Natale, io ho pensato di fare quella originale e dare solo ora qualche suggerimento, nel caso in cui i libri che avete trovato sotto l’albero non fossero di vostro gradimento e voleste cambiarli.
(No vabbè, non è vero: volevo scrivere anch’io, come tutti i cristiani, prima di Natale, ma non ho avuto tempo ed è per questo che mi riduco a farlo il 30 dicembre. Comunque i libri di cui parlo stavolta sono tutti delle bombe, questo posso garantirlo. Buona lettura!)

Michele Orti Manara,Il vizio di smettere, Racconti edizioni, 2018

«La stanchezza arriva tutta insieme. Vittorio sbatte le palpebre, ci saranno cose da rimettere a posto, pensa, ingranaggi che hanno smesso di funzionare da tempo, sarà il caso di smontarli per vedere se si tratta solo di un po’ di sabbia che ci è finita dentro o se sono arrugginiti e andranno cambiati, ma adesso è tardi, anzi è già mattina presto, ma c’è ancora qualche scampolo di buio in cui accovacciarsi, Veronica dorme, ci penseremo domani anche se è già oggi, Francesco dorme, meglio domani, Lucia dorme o forse si dispera, Vittorio fa un sospiro lungo, meglio domani, chiude gli occhi, meglio domani.»

Ero molto curiosa di leggere questo libro di racconti, scritto da un autore che seguo da un po’, e ora che l’ho fatto mi rendo conto di quanto sia difficile parlarne. Non perché non mi sia piaciuto, anzi: confesso che, già a metà della prima pagina, mi è sfuggito un «Minchia!» di meraviglia. Interiezione che poi ho ripetuto, sempre con un misto di sorpresa e ammirazione, alla fine del primo racconto, del secondo, del terzo e così via fino all’ultima pagina, ma che forse da sola, pur essendo molto efficace, non è sufficiente a spiegare la bellezza del Vizio di smettere. Il punto è che descrivere un libro di racconti nel suo insieme è complesso quanto parlare di una collana fatta di perline tutte diverse fra loro o di una scatola di praline con mille ripieni differenti, dovendo inventarsi il filo (o il cioccolato) che le tiene insieme.
A me sembra che qui il trait d’union sia una sorta di indefinitezza di fondo. C’è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa che manca, qualcosa che non va come dovrebbe. Una crepa che i personaggi si portano dentro, un peccato originale con cui fare i conti quando qualcosa va storto – e nella vita, come sappiamo tutti benissimo, capita spesso che qualcosa vada storto.
Gli umani di Michele Orti Manara (ma a un certo punto c’è anche un gatto, che accenna la questione della «malvagità della coda») sono sempre un po’ ammaccati, sbatacchiati dalle loro vicende personali, incapaci di mettersi al riparo dagli scossoni della sorte. Fanno quello che possono: ci provano, a volte, anche se sanno già come va a finire. Alcuni (come il Marcello di Sulla colonna, il mio preferito fra i racconti del libro, insieme a Rantolo – da cui è tratta la citazione sopra) conservano uno sguardo candido e smarrito; altri, più smaliziati, sembrano non raccontarla giusta – ma forse è a loro stessi, più che a noi lettori, che mentono.
Insomma, a me sembra che questa scatola di racconti-cioccolatini sia un prodotto di altissima pasticceria. E non dirò (ma la penso) la cosa banalissima che uno tira l’altro, ma solo che, anche divorati tutti di fila, non stancano minimamente. Anzi, se ce ne fossero stati ancora un paio in fondo al libro me li sarei fatti fuori volentieri…

Matteo Cavezzali, Icarus, Minimum Fax, 2018

«Chi vive in provincia sa di vivere in un luogo che non esiste. Per questo fu un grande shock quando la città di Ravenna tornò a far parte del mondo, entrando nei titoli dei giornali e nelle discussioni televisive, prima con Serafino Ferruzzi e poi, ancora di più, con Raul Gardini.
Immaginatevi di vivere in un luogo della cui esistenza non siete sicuri. Certo, fuori dalla finestra di casa vedete altre case, per strada c’è un po’ di gente, le piazze hanno tutte nomi di personaggi storici, ci sono anche un ospedale e un cimitero. Però avete quella strana sensazione, la sensazione di abitare in una città fantasma, una città di nebbia. È strano per voi scoprire d’un tratto che esiste davvero, e che tutti sanno esattamente cosa sia e cosa rappresenti. È la città di Gardini, l’antica capitale bizantina, te la possono indicare con un dito su una cartina geografica.
Poi, all’improvviso, tutto finisce, e tornate nel mondo invisibile.»

Il 23 luglio è il giorno di Sant’Apollinare, patrono di Ravenna: un giorno di vacanza per la città, di festa per le spiagge. Il 23 luglio del 1993, invece, tutto si ferma. Fra le strade del centro, gli ombrelloni sul bagnasciuga, le strade di campagna, si fa largo una notizia. Raul Gardini è morto. Si è suicidato. Anzi, «l’hanno suicidato» si dice.
Tutti conoscevano Gardini. Tutti avevano, anzi avevamo, un amico di famiglia, un parente, un conoscente che aveva qualcosa a che fare con lui. Non era poi così difficile, calcolando quanto fosse esteso il suo impero nel ravennate, con una marea di uffici, fabbriche, laboratori che davano lavoro a decine di migliaia di persone. Non solo: i segni della presenza di Gardini si vedevano dappertutto per Ravenna, come se l’intera città fosse il salotto buono di casa sua. La ricchezza e lo scintillio, lo sfoggio di cultura, la sua squadra di pallavolo (il Messaggero) che in un unico anno, il 1991, vince Campionato, Coppa Italia e Mondiale per Club… e, nel mio immaginario di bambina nel cuore degli anni Ottanta, il massimo dello sfarzo: due fila di monitor esterni, affacciati sullo struscio della centralissima via Diaz, che trasmettevano la TV giorno e notte. Fino al 1993: poi hanno iniziato a rompersi e nessuno li ha riparati, o forse li hanno semplicemente spenti, un po’ alla volta. Sono ancora lì, silenziosi testimoni di un mondo che non c’è più, e a passarci davanti mettono una tristezza che non si può dire.
Matteo Cavezzali, giovane autore ravennate (ma che dico giovane, ha quattro anni meno di me: giovanissimo), racconta di essere da sempre ossessionato dalla figura di Gardini, dalla sua storia, dal mistero che circonda la sua morte. E in questo libro ne indaga l’ascesa e la caduta paragonandolo, in maniera molto efficace, a Icaro, che precipita e muore dopo aver osato avvicinarsi troppo al sole volando con ali di cera. La sua non è un’inchiesta giornalista né una cronaca; ci sono anzi molti elementi autobiografici e romanzeschi a mio avviso preziosi, perché servono a legare una massa di informazioni eterogenea e lacunosa, con ancora un’infinità di zone d’ombra, di cose non dette e non chieste, di personaggi che cambiano idea, faccia, atteggiamento. «A Ravenna tutto è un mosaico» scrive Cavezzali, «ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli.»
Quindi, complimenti all’autore per aver pensato a scrivere un libro del genere senza farsi spaventare dall’impresa (o meglio, per aver vinto lo spavento, legittimo, e aver tirato dritto), e soprattutto per averlo fatto. Ha così dato vita a un’opera intrigante, scorrevole e scritta bene, che ho letto con gran gusto e che consiglio tantissimo – anche ai non ravennati, perché qua in ballo c’è la storia d’Italia che va dagli anni Settanta e Ottanta, il boom e gli yuppies, la Milano da bere, la Democrazia Cristiana e Bettino Craxi al governo, agli anni Novanta, con Mani Pulite, Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi premier. La vita e la morte di Gardini, questa «storia di fantasmi» straordinaria raccontata da Matteo Cavezzali, ci riguarda tutti.

Antonella Lattanzi, Una storia nera, Mondadori, 2017

«Voi lo sapete perfettamente quello che pensate? Quello che volete? Voi potete dividere tutto
con certezza, giusto e sbagliato, sì e no, questo e quello? Se voi potete io vi invidio con tutte
le mie forze.»

Qui la prima cosa da dire sarebbe che, contrariamente alle mie abitudini, ho letto un libro in cui succedono un sacco di cose e, nonostante questo, mi è piaciuto da morire. Però in fondo non è una gran notizia, perché Antonella Lattanzi è bravissima e questo romanzo, un po’ noir, un po’ d’amore e un po’ tanto altro, è orchestrato alla perfezione, dalla prima all’ultima pagina. Ho amato molto il modo in cui la scrittura, chiara e asciutta, riesce a evocare atmosfere soffocanti: il caldo umido di un agosto infuocato, le miserie della periferia romana (persino Castel Sant’Angelo, quando appare, ha il sapore di una rovina persa nell’hinterland della capitale), la viscosa ambiguità dei personaggi – belli umani, quasi tutti, belli sporchi e pieni di macchie -, i corpi che si dilatano e si comprimono, gli odori che cambiano, i gabbiani che gridano e squartano. Leggere Una storia nera mi ha dato una sensazione quasi fisica, come se per tutto il tempo avessi avuto addosso una maglietta sudata, appiccicata alla pelle. Solo che poi, quando l’ho tolta, invece di stare meglio ho sentito un gran freddo, e trovo che questo strano effetto che ho provato sia una delle molte magie del libro.
Libro che racconta la sparizione e la morte di Vito Semeraro, un uomo grande, grosso e affascinante, ma anche geloso e violento. L’ultima ad averlo visto è stata Carla Romano, la sua ex moglie (ex perché, dopo anni di botte, minacce e insulti, pur amandolo profondamente è riuscita a lasciarlo), in occasione del terzo compleanno della loro figlia più piccola, Mara. Dopo quella sera, di lui non si sa più nulla: lo cercano Carla, Nicola e Rosa (i due figli più grandi della coppia); Milena, la sua amante; Mimma, sua sorella, e anche certi inquietanti amici e parenti che ruotano intorno al paese di Massafra, in Puglia. Lo trovano poi i carabinieri, morto accoltellato e abbandonato in una discarica. Bastano un paio di interrogatori e Carla confessa di averlo ucciso per legittima difesa, perché anche quella sera, per l’ennesima volta, lui l’avrebbe picchiata a sangue in un moto di furiosa gelosia. Aggiunge inoltre di aver fatto tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno. Dopo un lungo processo, la giustizia le dà ragione. E così la verità di Carla diventa l’unica possibile; la migliore, in fondo, per tutti; quella a cui è bello credere. Ma non è detto che le cose siano andate davvero così.
Una cosa curiosa che ho letto, nelle (poche) recensioni negative, è che quello della Lattanzi sarebbe un libro “furbo”, organizzato a mo’ di sceneggiatura, costruito a tavolino. C’ho pensato a lungo e, pur considerando che effettivamente un film è in previsione, non riesco a capire in che modo questo possa considerarsi un difetto. A me sembra anzi che la struttura che l’autrice ha dato al romanzo sia perfettamente accordata con la trama, e che il ritmo (certo, studiato: ma per quale assurdo motivo non avrebbe dovuto studiarlo, di grazia?) proceda in maniera eccellente, sempre teso anche quando necessariamente deve rallentare.
In un articolo sul «Corriere della Sera», Francesco Piccolo scrive invece: «Antonella Lattanzi compie semplicemente l’atto necessario di chi scrive: ci crede, ci crede con tutte le sue forze che questa storia vada raccontata, così com’è (nell’unico modo possibile)». Io non so se davvero sia questo l’unico modo possibile perché, come insegna Una storia nera, di modi possibili ce ne sono sempre tanti. Però quello scelto dall’autrice mi ha convinta moltissimo, e se anche lei, come la sua protagonista, mi ha presa in giro, ben venga: in fondo è anche per questo che è bello leggere.

Tom Gauld, In cucina con Kafka, Mondadori, 2018

Vabbè, Tom Gauld è un genio. Seguo fedelmente su Internet la pubblicazione delle sue tavole e, ora che è uscito un suo libro in italiano che le raccoglie, non potevo farmelo scappare. Me lo sono regalata per Natale e non posso dire che sia stata una sorpresa, perché avendolo stalkerato per mesi conoscevo già buona parte della sua produzione, ma vedere le sue vignette su carta, una davanti all’altra, e poterle sfogliare e gustare con la dovuta calma, tornandoci sopra a piacere, è stato effettivamente un valore aggiunto.
Di Gauld mi piace l’ironia raffinata ma non snob, la grazia narrativa, la fantasia nel giocare con le trame, le invenzioni e le contaminazioni. Dalle sue pagine emerge una passione profonda per la letteratura e il magico mondo dell’editoria, che l’autore usa per creare delle piccole opere d’arte in cui mescola i personaggi più celebri con i retroscena più occulti, le opinioni del pubblico e le ossessioni degli autori, le trovate brillanti e quelle fallimentari. Sempre con grande divertimento (del lettore, sicuramente, ma immagino anche suo) e con un acume e una tenerezza fuori dal comune. E colpisce nel segno perché, nel 99% dei casi, viene voglia di saltare in piedi e mettersi a urlare: «È vero, è così! Lo faccio anch’io!». Per esempio…

Insomma, sono felicissima di avere questo volumetto nella mia libreria (ha pure la copertina gialla: è fra quelli che ho letto davvero) e non posso che consigliarlo a gran voce. Immagino anche che diventerà uno dei miei classici: quelli che a volte prendo e rileggo in cerca di conferme, mentre in realtà finisco sempre per trovarci dentro qualcosa di nuovo.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. A marzo 2019 è uscito il mio secondo romanzo: "Tutta colpa di mia nonna" (Baldini+Castoldi).

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