Passioni e patimenti

Una volta e una sola, fuori dai denti e senza nulla togliere all’arte sublime di infarcire i propri discorsi con le citazioni più svariate (e spesso, va detto, anche sbagliate), possiamo convenire sul fatto che la frase «Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita», attribuita a Confucio, è una solennissima stronzata?
Che quello che ami non è detto che ami te?
Che fare ciò che ami è un po’ come innamorarsi di una persona indecisa, che un giorno ti vuole
e il giorno dopo no e il giorno dopo ancora: «Scusa, ma tu chi sei?»?
Che dedicarsi a ciò che ami implica non solo lavorare tutti i giorni della tua vita, ma spesso anche le notti, senza che ci sia mai una vera distinzione fra professione e vita privata, perché l’amore tende a fregarsene di queste e altre categorie?
Che le passioni hanno questo nome proprio perché fanno patire, altrimenti si chiamerebbero
«cose belle trullallà»?
Che fare ciò che ami è una fortuna enorme, ma non gratuita? Che è sì la cosa più bella del mondo, ma anche una condanna? La condanna più bella del mondo?
Che dedicandoti anima e corpo alle tue passioni vai incontro a una marea di insuccessi e insoddisfazioni, e di solito non arriva Battiato a proteggerti «dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai»?
Che a volte fare quello che ami ti conduce a vette di felicità dalle quali non ti riprenderai mai più?
Che a vedere dove ti ritrovi quando assecondi i tuoi desideri più vitali ti viene quasi voglia di metterti in ferie da te stesso, di abbandonarti come un cane in autostrada, di smettere di seguirti
su Instagram, da quanto arrivi a trovarti insopportabile?
Che il numero delle tue passioni è direttamente proporzionale al quantitativo di sbattimenti che ti inventerai pur di seguirle tutte?

Io, per esempio, ogni volta che preparo un dolce mi esalto al punto da pensare che non vorrei far altro che torte nella vita.
Ogni volta che faccio sport, vorrei fare solo quello per sempre.
Ogni volta che leggo un libro dichiaro solennemente che l’unica cosa di cui vorrei occuparmi nelle mie giornate è, appunto, leggere libri.
Ogni volta che scrivo un libro mi rendo conto che beh, davvero, cosa potrei desiderare di più dalla vita se non scriverne altri, di continuo?
Ogni volta che creo o risolvo un cruciverba, immagino che la mia esistenza dovrebbe svolgersi per intero in quel rassicurante recinto di caselle bianche e nere.
Ogni volta che faccio un viaggio, io ve lo dico: col cavolo che torno, io resto qua per sempre.
Ogni volta che studio un nuovo argomento, consulto freneticamente i moduli d’iscrizione di tutte
le università del pianeta nell’idea di diventare una collezionista seriale di lauree di qualunque genere (purché inutili, sia chiaro).
Ogni volta che bevo un bicchiere di vino… vabbè, non è neanche il caso di parlarne.

Poi magari mi fermo un attimo a riflettere, e mi rendo conto che la mia vita è già fatta di tutte queste cose e di molte altre, cose che amo al punto da non poter starne senza (anche quando non riesco neppure a starci insieme). E capisco anche che la mia vita, con tutte le sue contraddizioni,
è il riflesso più preciso e sincero di quello che sono io, e che me la sono proprio costruita così com’è con le mie mani, un pezzo alla volta, più o meno consciamente ma comunque implacabilmente. Senza neppure lasciarmi un margine, quando c’è qualcosa che non va, per dire che non è colpa mia, per lamentarmi del destino ingrato. Neanche uno spiraglio di vittimismo, un bucanino di autocommiserazione, niente. Vedi se non mi devo voler prendere a sberle, alle volte.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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