I libri del mese – Settembre 2018

Dopo una lunghissima estate contrassegnata da viaggi, lavoro e soprattutto da una miriade di sbattimenti, torno a occuparmi di libri a settembre con quell’energia frizzantina tipica di chi, alle soglie dei quaranta, non ha ancora capito che la scuola è finita da un pezzo e che i buoni propositi, oltre che farli, bisognerebbe anche rispettarli. Ma comunque.
Stavolta propongo: un libro vecchio a cui, perlomeno in Italia, non ha mai badato nessuno; un libro nuovo che però sembra vecchio; un libro vecchio vecchio che dall’uscita a oggi non ha mai smesso di avere successo; un libro vecchio vecchio passato inosservato ai suoi tempi ma ora famosissimo. Tanto i libri, quelli belli, non hanno mica la data di scadenza.

 

Angelo Rinaldi, L’ultima festa dell’Empire, Sellerio, 1985

«Ricordavo ancora il sentore di ascella che si esalava dalla mia dama quando, tutta sudata, voleva a tutti i costi trasmettermi il suo brio, la sua spensieratezza, la sua capacità di ricavare una festa dallo spunto più tenue, prefigurando così quello che altre donne, in seguito, avrebbero cercato di fare con pari insuccesso, cosicché del bolero, come della felicità, conosco tutte le figure senza esser mai riuscito a eseguirne correttamente una sola.»

Mi sono a lungo interrogata su come questo volumetto, un Sellerio datato 1985, prezzo di copertina 12.000 lire, sia arrivato nella mia libreria di Alfonsine, reparto “Libri non letti”. Escludo di averlo comprato io, dato che se ben ricordo nel 1985 leggevo solo «Topolino» e, se pure avessi avuto 12.000 lire, le avrei spese ai videogiochi. Ed escludo anche che si tratti di un regalo, primo perché il libro è evidentemente usato, e secondo perché vorrei davvero vederlo in faccia, uno che regala un volume del genere.
Quando mi sono accorta della sua esistenza, ho letto la trama: un uomo, ormai residente a Parigi, torna nella nativa Corsica per l’ultima festa dell’Empire, il caffè che sua madre gestisce da anni ma che ora sta per vendere, e quell’occasione lo porta a ricordare e a riconsiderare tutta la sua vita. “Figata” ho pensato, “sembra proprio uno di quei libri in cui non succede niente che mi piacciono tanto”. E ho iniziato a leggerlo.
A pagina 20 ho trovato il pezzo riportato sopra e, davanti all’immagine della felicità come un ballo di cui si conoscono le figure senza saperle mettere in pratica, mi si è accesa una lampadina dentro. Lampadina che poi non si è più spenta ma anzi ha continuato a bruciare pagina dopo pagina, con una forza sì corrosiva e feroce, ma anche con un’intelligenza e un’ironia fuori dal comune. È stata una lettura a tratti faticosa, e dolorosa, ma anche con vette altissime di godimento. Avevo ragione a pensare che nel libro non succedesse niente: l’azione è ridotta al minimo, c’è molto Proust (quanto mi piace citare Proust, quanto fa figo, fatelo anche voi ogni tanto, ve lo consiglio), e più che di analisi della società si potrebbe proprio parlare di autopsia, con meravigliose stilettate ai fianchi della borghesia che però, scusate lo spoiler, alla fine comunque vince sempre. Eppure quando l’autore scrive: «Non sapevo ancora che non bisogna toccare il borghese dopo il piacere, neanche di sfuggita. Perché quello è il momento in cui pensa a sua madre e ai suoi amici morti, il momento in cui sente voci di bambini echeggiare sotto la tettoia del cortile e l’inevitabile disgusto di sé gli fa credere di essere, oltre tutto, anche filosofo» ho l’impressione che almeno il gol della bandiera sia possibile farlo, e che non debba finire tutto per forza in un gigantesco, calcistico cappotto.
A proposito, l’autore. Incuriosita da questo Angelo Rinaldi, di cui mai avevo sentito parlare (l’ignoranza, che brutta bestia…) e che però sembrava proprio aver scritto anche per me, sono andata a cercare chi fosse. E ho scoperto che si tratta di un romanziere e critico francese, o meglio: del più tremendo, temuto, sarcastico e geniale critico letterario francese.
Chissà come la prenderebbe se sapesse quello che m’è venuto in mente solo dopo aver letto l’ultima pagina: il suo libro me l’hanno dato un paio d’anni fa alla pesca di Natale della parrocchia di Cesenatico, in cambio di due bigliettini “Non hai vinto”. Perle ai porci, monsieur Rinaldi.

 

Stefano Benni, Prendiluna, Feltrinelli, 2017

«Dopo lunghi studi, posso dire che esistono diversi tipi di sogni profetici.
Il primo, il Prosogno, è quando una persona cara ti viene in aiuto per darti i numeri del lotto, o consigliarti sulla tinta di capelli, o per segnalarti il nome di qualcuno che è innamorato di te. Ma non è infallibile, ci sono le interferenze degli Onirospi, spiriti dispettosi che inquinano i sogni, e allora i numeri non escono, la tinta fa schifo e la persona che dovrebbe essere innamorata dice: “Io e te insieme? Ma te lo sogni!”.
Il secondo (Bis-sogno) è quando due persone si sognano l’un l’altra, ma con trame diverse. Ad esempio il marito sogna che la moglie lo tradisce col suo miglior amico, mentre la moglie sogna che il marito la tradisce col suo miglior amico. Non ha significato profetico, ma allarmistico, e genera quasi sempre litigi.
Poi c’è il Trisogno. Tre persone fanno un sogno al novantanove per cento identico. In questi casi il sogno contiene senz’altro un’indicazione e una profezia.
Poi esistono i Polisogni, i Pan-sogni Silberer e il sogno Matrioska. Ma ancora li sto studiando, e sogno di decifrarli appena sarò uscito dal manicomio.

CORNELIUS NOON, Libro dei labirinti onirici»

Premessa banalotta: a me viene sempre un principio d’orticaria quando, parlando dell’ultimo libro di uno scrittore di grande esperienza, si dice che è bello «proprio come uno dei primi», perché i primi sono i primi e gli ultimi sono gli ultimi (l’avevo detto che sarei stata banale…) e magari fra gli uni e gli altri passano decine di anni, di esperienze, di letture, di storie, di tentativi e di lavoro che non possono essere ignorati. È impossibile che il più recente libro di un autore sia uguale al suo primo, a patto che l’autore in questione non abbia sputato sangue per cercare di dimenticarsi tutto quello che ha imparato nel frattempo, o meglio di usare ciò a cui è arrivato per tornare a ciò da cui è partito. In ogni caso, fatico a credere che possa prenderlo come un complimento, anche se lo è davvero.
Detto ciò, tanto Benni mica mi legge, lo posso pure dire: Prendiluna è strabello come uno dei suoi primissimi libri, Terra!, Comici spaventati guerrieri, Baol, con personaggi epici fra cui il sosia disagiato (ma non meno incazzato) dell’arcangelo Michele e un Dolcino eretico adorabile che urla a tutti quelli che incontra: «Noi vi vogliamo bene, davvero». E poi l’ex maestra Prendiluna, che si imbarca in una missione impossibile pur sapendo che la condurrà alla morte, e i suoi DieciMici, e i matti del manicomio e il Diobono, a cui i protagonisti, dopo aver preso sberle dalla vita per tutta la sua durata, vogliono a tutti i costi dirne quattro.
Una storia ricchissima e grottesca che dipinge con grande ironia un mondo, il nostro, che ormai si è fatto parodia di se stesso, pieno com’è di Trumpi e Smartafoni, di Sesso Depresso e Annibaliani; ma dove, fra le crepe, c’è ancora spazio per i Giusti, per i pianisti jazz obesi e per i bambini che giocano con il Pallone Invisibile, perché «se impari a giocare col pallone vero puoi diventare un campione, ma se sai giocare col Pallone Invisibile sei quello che vuoi tu, sei tutti i campioni che ci sono al mondo». Ah, e c’è anche un vibratore in stile rétro che, attivandosi, fa partire la canzoncina: «La negretta disse a Zambo / Non ti voglio senza gambo». Una giostra delle meraviglie insomma, in cui Benni non ha semplicemente dato libero sfogo alla fantasia, ma l’ha tirata fuori tutta per modellarla in una sua misura che tende alla dismisura, in una traccia che fa dello sbilanciamento il suo equilibrio, e comunque è piena di grazia.
Ho letto in una stroncatura su «Linkiesta» che Prendiluna sarebbe «un libro per atei in menopausa» e la definizione mi ha fatto molto ridere – può anche darsi che sia così, o forse questa è la punizione che ci spetta per averlo paragonato ai primi romanzi di Benni, rivelando così che lui, il Lupo, lo conosciamo e amiamo già da trent’anni o quasi. Per me Prendiluna è stato soprattutto un libro molto divertente, in grado di dare una piccola scossa ai miei neuroni, costringendoli a svegliarsi e alzarsi. Mi pareva quasi di sentirli stiracchiare dentro la mia testa, come mi stiracchierei io nell’aria fresca del mattino prima di affrontare una camminata in montagna. Ecco: Prendiluna m’ha ossigenato il cervello, e di questo gli sono molto grata.

 

Edna O’Brien, Ragazze di campagna, Elliot, 2013

«È l’unico momento in cui sono contenta di essere donna, quell’ora della sera in cui tiro le tende, mi spoglio dei soliti vestiti e mi preparo per uscire. L’eccitazione cresce, minuto per minuto. Mi spazzolo i capelli alla luce della lampada e hanno i colori delle foglie d’autunno sotto il sole. Metto un po’ di ombretto scuro sulle palpebre e mi stupisco dell’aria misteriosa che dona ai miei occhi. Non mi piace essere una donna: vanitosa, frivola, superficiale. Basta dire a una donna che sei innamorato di lei e quella ti chiederà di metterlo nero su bianco, per farlo vedere alle amiche. Ma a quell’ora della sera mi sento sempre felice. Provo tenerezza per il mondo intero. Accarezzo la carta da parati come se fosse un petalo di rosa bianca, con striature violette sui bordi. Poi prendo le mie vecchie scarpe malandate e diventano fiori d’argento che uno spasimante ha posato davanti alla mia porta. Bacio il mio riflesso nello specchio e poi corro fuori, felice, trafelata e serenamente pazza.»

Edna O’Brien è la Grande Dame della letteratura irlandese, definita da Philip Roth «la più grande scrittrice vivente in lingua inglese». Ha pubblicato Ragazze di campagna, il suo romanzo d’esordio, nel 1960; in Italia è stato ritradotto e ripubblicato nel 2013 da Elliot, in occasione dell’uscita dell’autobiografia dell’autrice – che, viva la coerenza, si intitola Country Girl.
Chiaro che, con tutta questa campagna dappertutto, non ho potuto fare a meno di comprare, divorare e amare il libro della O’Brien. Libro che, alla sua prima uscita, è stato giudicato in Irlanda scandaloso al punto da venire messo all’indice e bruciato sui sagrati delle chiese. Oggi la cosa fa sorridere, ma fino a un certo punto: fra i vari commenti al romanzo, ne ho letto uno particolarmente idiota che considera «ai limiti dell’assurdo» il fatto che una ragazzina di diciassette anni possa provare attrazione per un uomo più maturo – ahahah signora mia, auguri e figlie femmine!
Perché Caithleen, l’ingenua e romantica protagonista, è appunto una ragazza della campagna irlandese che, in compagnia della sua insopportabile migliore amica Baba, lascia il paesello per andare prima in un collegio di suore e poi, dopo essersi fatta espellere per una bravata, finalmente in città, a Dublino, alla ricerca della sua libertà. Ma per tutto il tempo è innamorata di un uomo fatto, finito e sposato, il signor Gentleman – nomignolo che gli hanno appioppato i compaesani, ma che in effetti gli dona. Un uomo elegante ed enigmatico; maturo, appunto, ma pieno di incertezze, mentre Caithleen ha dalla sua tutta la spregiudicatezza e il candore tagliente di un’adolescenza che sembra non dover mai finire.
Ragazze di campagne è un libro dolce in maniera straziante, e lo diventa ancora di più quando dalla città, che adora, la protagonista ripensa alla campagna, che odia, e si accorge di non poterlo fare senza nostalgia. Una delle pagine che mi ha commosso di più, e mi sento anche un po’ scema a dirlo ma tant’è…, è quella in cui Caithleen ricorda come Hickey, l’aiutante della fattoria dei suoi, lavorasse e tagliasse la torba. Se non avete mai pianto pensando alla torba, è il momento giusto per rimediare.
Bellissimo davvero questo romanzo, poetico e delicato ma anche duro, perché sincero. Con tutte le miserie e gli splendori della vita di provincia, le paure e le ambizioni, i desideri e le frustrazioni, e una grande spontaneità di fondo che lo rende umano e prezioso.

 

John Edward Williams, Stoner, Fazi, 2012

«Oltre il torpore, l’indifferenza, la rimozione, quell’amore era ancora lì, solido e intenso. Non se n’era mai andato. […] Stranamente, l’aveva dato a ogni momento della sua vita, e forse l’aveva dato più pienamente proprio quando non si rendeva conto di farlo. Non era una passione della mente e nemmeno dello spirito: era piuttosto una forza che comprendeva entrambi, come se non fossero che la materia, la sostanza specifica dell’amore stesso. A una donna o a una poesia, il suo amore diceva semplicemente: Guarda! Sono vivo!»

Probabilmente ero l’unica ormai a non avere letto Stoner, grande caso editoriale degli anni 2013-’14 ma anche di quelli dopo, visto che si continua a parlarne. Credo però che il mio ritardo di qualche anno sia perdonabile, dal momento che il libro è stato pubblicato nel 1965 e in linea di massima non se n’è mai interessato nessuno, ma proprio nessuno, fino al 2012. Quando è letteralmente esploso: riedizioni, traduzioni, milioni di copie vendute. Roba che l’autore, morto nel 1994, ormai nella tomba più che rigirarsi starà facendo capriole, tripli carpiati e altri numeri che al confronto quelli del Cirque du Soleil sono degli sfigati.
Già dalle prime pagine si scopre che Stoner è, anche lui, un ragazzo di campagna, schivo e senza grandi slanci, che il padre spedisce con molti sacrifici all’università affinché possa laurearsi in Agraria e poi mandare avanti l’azienda agricola di famiglia. Se non che Stoner scopre la letteratura, se ne innamora, ottiene un dottorato in Filosofia e poi un posto da insegnante, e insomma da quell’università in cui è entrato a diciannove anni non uscirà mai più. La sua passione per la materia è tale che potrebbe anche ambire a fare carriera, ma viene strenuamente ostacolato e costantemente vessato da sua moglie, Edith, personaggio a cui è molto difficile affezionarsi, e dal suo superiore, Lomax, altro stronzo conclamato. Stoner quindi non fa carriera; non ha amici né interessi, a parte la letteratura; non ha talenti né passioni; vive un ménage familiare tragico e quando scopre che la figlia è alcolizzata tutto sommato ne è felice, perché pensa che, almeno, ci sarà sempre l’alcol a consolarla. Poi diventa vecchio e muore, senza lasciare dietro di sé alcuna traccia, alcun ricordo. Fine del libro?
Fine del libro.
O forse no, perché tra le pagine si sente scorrere una vita che, alla pari del protagonista, non è affatto piatta né desolata. Ci sono attimi di ribellione e anni di resilienza e resistenza tutt’altro che passiva, perché quella di Stoner è un’accettazione viva e consapevole degli eventi, del passare del tempo, del senso da attribuire alle cose e della loro ineludibile caducità. C’è anche molta ironia, molta saggezza, e alcune pagine d’amore straordinarie, quando Stoner imbastisce una relazione con una studentessa, Katherine, che forse è l’acme della vita di entrambi, e che eppure entrambi non esitano a chiudere quando, semplicemente, arriva il momento di farlo.
E noi fuori, noi che leggiamo, ci arrabbiamo tutto il tempo con Stoner: perché continua a stare con la moglie, perché non scappa con Katherine, perché si fa maltrattare dai colleghi… ma forse, Stoner, ha ragione lui. E di sicuro, almeno per me, ha ragione John Williams, l’autore, quando dice: «Credo che Stoner sia un vero eroe. Molte persone che hanno letto il romanzo pensano che Stoner abbia avuto una vita triste e brutta. Io penso invece che abbia avuto una buona vita. Sicuramente migliore di quella di molti». È solo alla fine, all’ora della morte, che si riesca a sentire in maniera quasi fisica tutta la luce calda che la sua esistenza emana… e allora ci si sente in colpa per non averlo capito prima, e viene la tentazione di ricominciare a leggere il libro dall’inizio, ancora una volta.
Stoner è stato definito «il romanzo perfetto». La cosa lì per lì mi ha un po’ fatto storcere il naso, perché a me piacciono invece i libri brutti, sporchi e cattivi; quelli sbavati, sbilanciati, pieni di crepe. Però questo è davvero un capolavoro, uno dei libri più belli in cui mi sia mai imbattuta. E davanti alla perfezione c’è poco da dire: c’è solo da imparare, e da godersela.

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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