I libri del mese – Aprile 2018

Quest’anno, ad aprile, ho avuto modo di recuperare alcuni libri che mi ero persa al momento della pubblicazione e dai quali, per un motivo o per l’altro, mi aspettavo grandi cose.
Per la cronaca: le ho avute, le grandi cose. Grandi, proprio grandi.

 

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca Edizioni, 2017

«Marta seguì tutto in silenzio, seduta sulla poltrona di fronte a loro. Non aveva mai visto lo zio così gattoso. Gattoso per Marta voleva dire la cosa più bella di tutte le cose belle, quando di colpo ti fidi dell’intero universo e allora ti strusci e fai le fusa e dai le nasatine contro il mondo e ogni vibrissa è in sintonia con i pianeti e le pance sono morbide e calde e profumano di casa e pane appena sfornato e se mi scegli io ti scelgo perché è così che deve andare. Se il destino ti prende e ti dice ehi, tu, sì, proprio tu, con il mio potere immenso io ora, adesso, subito, ti nomino sovrano dei felici. Vai e sii gattoso. Devi, puoi.»

Metto subito le mani avanti: questo non è un libro. È un gelato al gusto fior di latte: morbido, bianco, dolce. Come tale l’ho divorato, e per giorni poi m’è rimasto in bocca un sapore buono, zuccherino. Non s’è sciolto lui, il libro-gelato. Sono stata io che, mangiandolo o leggendolo che dir si voglia, mi sono sciolta dalla tenerezza. E anche adesso, quando ci penso, mi torna in faccia un sorriso un po’ scemo, soddisfatto. Un sorriso, appunto, di imprecisa felicità.
Il romanzo (breve, scorrevole, fresco) incrocia le vicende di alcuni curiosi personaggi. Da una parte c’è Marta, cresciuta felicemente con la madre; lo zio Ernesto, un famoso comico televisivo; e sua moglie Marisa: una donna dolce, originale e piena di inventiva. Che però un bel giorno muore, sbattendo la testa su un platano dopo aver pestato una cacca di cane, e lascia gli altri membri della famiglia allo sbando.
Dall’altra parte c’è Nino, un ragazzo non troppo sveglio che vive con la madre, abbandonata dal marito molti anni prima. Quando lui torna dalla Germania, per di più con due figlie al seguito, lei muore «stecchita per un colpo al cuore. Metaforico». Ma muore davvero, non solo metaforicamente.
Nino lavora in un bugigattolo nella stazione del suo paese: vende accendini, cornetti e cianfrusaglie varie. Ha la passione per i giornaletti porno, anche se guarda (e ritaglia) solo le facce delle attrici. Marta, archiviato un tentativo fallimentare con l’università, segue lo zio in una tournée che dovrebbe rilanciarlo, dopo anni di assenza dalle scene, ma in realtà lo fa sprofondare in un vortice sempre più cupo che odora di whisky. Finché, per puro caso (o meglio, per un istinto di sopravvivenza mai del tutto sopito), si incatena una serie di eventi che spinge tutti e tre ad andare di nuovo incontro alla gioia.
Davvero un libro dolce, delicato. Leggero, nella migliore delle accezioni possibili. Quella di Calvino, che dice: «Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». La morte lo è, un macigno. A maggior ragione se è tanto folle e stupida, come quella della mamma di Nino e di Marisa. Ridicola, quasi comica se vista dall’esterno, ma lacerante per chi è costretto a farci i conti.
Anche i macigni più grossi, però, si sgretolano. L’importante è riuscire a non farsi accecare dal dolore, a tenere gli occhi aperti. Perché la felicità e la meraviglia prima o poi arrivano.

 

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Feltrinelli, 2015

«Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze
– E i pompini.
La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini.
Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo.»

Inizia così il bel romanzo di Marco Missiroli, talmente bello che sono anche disposta a perdonargli il fatto che il ripieno dei cappelletti sia a base di ricotta e scorza di limone anziché uova, parmigiano e noce moscata.
Nella scena immediatamente successiva, Libero Marsell intravede la madre chinata sui pantaloni aperti di Emmanuel, amico di famiglia, mentre il padre è fuori casa. La crepa si fa frattura; il guscio in cui il protagonista era rinchiuso si spacca poco alla volta e lui esce, presente al mondo e a se stesso, in cerca della strada che lo condurrà a far avverare la profezia che porta nel nome: Libero va incontro, in maniera non sempre indolore, alla sua libertà. Una libertà sessuale, culturale, personale. Una libertà, o meglio sarebbe dire una liberazione, che si svolge prima nella silenziosa osservazione del mondo, attraverso la masturbazione, e poi con la famiglia, gli amici e soprattutto le donne.
Quelle donne che nell’adolescenza lo ignorano e poi, all’affacciarsi della maturità, lo bramano. Lunette, il primo amore, la splendida ragazza di colore che a lungo risveglia e custodisce i suoi «atti osceni». Marie, l’avvenente bibliotecaria che lo chiama «Le Grand Liberò» e lo aiuta a formarsi la propria individualità suggerendogli le migliori letture (Lo straniero di Camus, Il deserto dei Tartari di Buzzati e Mentre morivo di Faulkner sono i tre capisaldi che scandiscono le età e la coscienza di Libero – mamma mi a che voglia di rileggerli!). Frida, la collega e traghettatrice, che lo aiuta a superare il trauma del distacco da Parigi e da Lunette, e lo proietta in una nuova dimensione dell’essere che coincide con la sua vita milanese. Le 31 donne semisconosciute, raffigurate come tacche sul bancone di un’osteria, che Libero concupisce in una fase di bulimia sessuale. E infine Anna, l’amore. La donna che lo rende uomo, la madre che lo rende padre. La libertà.
Ora, con la finezza che da sempre mi contraddistingue, dovuta alla mia romagnolità (ma anche Missiroli è romagnolo, riminese per la precisione, quindi può capire), mi preme puntualizzare una cosa: non è che in ‘sto libro si tromba e basta, anzi. C’è il racconto sentimentale di una Parigi di fine anni Settanta – inizio anni Ottanta, fra la Sorbona e il Café Les Deux Magots, dove Libero, grazie al padre, conosce niente meno che Jean-Paul Sartre. E poi la Milano dei primi anni Novanta, con le bettole sui navigli e i giardini nascosti, gli immigrati e i disperati, gli studi legali e gli studenti. Ci sono le citazioni (perfettamente inserite nella trama, non come a dire: “Guarda quante cose so io e tu non capisci niente”) di libri e film importantissimi, e belli.
E poi c’è il fatto che questo romanzo di formazione è scritto bene, con dolcezza e malinconia. È elegante e profondo, ma senza eccessi né pesantezza. Una lettura veloce e coinvolgente, che lascia una traccia delicata di nostalgia e soddisfazione.

 

Daniel Kehlmann, La misura del mondo, Feltrinelli, 2006

«È bizzarro e ingiusto, disse Gauss, il fatto che si nasce in una determinata epoca e, volenti o nolenti, vi si resta imprigionati: un esempio calzante della penosa accidentalità dell’esistenza. Così uno ha un vantaggio spropositato rispetto al passato e diventa lo zimbello del futuro.»

Sono arrivata a questo libro su consiglio degli amici tedeschi. Si sono stupiti molto del fatto che non lo conoscessi perché, mi hanno spiegato, in Germania è stato un vero e proprio caso editoriale, ha venduto persino più di Harry Potter. Incuriosita, mi sono messa a cercarlo. “Non lo troverò mai” pensavo. “È uscito più di dieci anni fa, dove mai riuscirò a scovarne una copia…”. Dopo mille ricerche infruttuose e disperate in ogni angolo del globo terracqueo, l’ho trovato alla biblioteca di Alfonsine. Sotto casa, era lì che aspettava me. Dev’esserci una sottile metafora in tutto ciò, ma la lascio a voi. Comunque, fatto sta che ho trovato il libro e me lo sono divorato, per lo più ridendo da sola come una scema.
Faccio una piccola premessa. Il romanzo di Kehlmann ha per protagonisti Alexander von Humboldt, esploratore, e Friedrich Gauss, matematico. Sono molto importanti, e quindi immagino che li abbiate studiati a scuola, come me. Immagino anche che non vi ricordiate assolutamente nulla di loro, come me.
Humboldt è l’inventore della geografia moderna; ha viaggiato in lungo e in largo nell’America latina misurando ogni cosa che gli capitasse a tiro (e che non scappasse davanti a lui), ingoiando veleni per sperimentarne l’effetto, scendendo in ogni grotta e salendo su ogni montagna.
Gauss, direttamente da casa sua, ha rivoluzionato la matematica e l’astronomia dimostrando, fra l’altro, la curvatura dello spazio. Ma è noto soprattutto perché, all’età di 9 anni, è riuscito a determinare in pochi minuti la somma di tutti i numeri da 1 a 100.
Due geni, insomma. E due pazzi scatenati, totali, incapaci di relazionarsi profondamente con gli altri uomini (per non parlare delle donne), completamente presi dal – e persi nel – loro intelletto, dalla loro foga di scoprire il mondo, la vita, l’universo e le sue caratteristiche più recondite. Il romanzo racconta, fra realtà e invenzione (e non si sa, davvero, quale sia la più assurda delle due), le loro vite e il loro mirabolante incontro, avvenuto a Berlino nel 1828.
La misura del mondo è un libro che definirei prima di tutto intelligente. Ben orchestrato, ironico. Un testo in cui ci si diverte imparando e si impara divertendosi. E che mi suscita anche un’invidia mostruosa, perché mi dimostra che i tedeschi, oltre ai sandali con i calzini, hanno quell’umorismo raffinato ma dissacrante che permette loro di prendersi gioco dei loro idoli, delle maggiori personalità della loro storia e cultura. Io, che da sempre sono convinta che siamo tutti uguali, e che cosa sarà mai essere nati due metri più sopra o più sotto, aspetto con ansia il momento in cui uno scrittore italiano mi racconterà, per esempio, un Manzoni profondo e convincente che si infila le dita nel naso, o un Petrarca che, senza mai mancare di lirismo, s’apparta con una prostituta e fa cilecca. A mio avviso l’autoironia, molto più dell’idolatria e dello spread, misura il grado di civiltà di una nazione.
(Scusate, son scivolata nella pesantezza geopolitica, non volevo. Leggete questo libro, è davvero bello e divertente. Lo trovate alla biblioteca di Alfonsine, ma solo a partire dal 5 giugno: prima ce l’ho io, ihihih.)

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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