I libri del mese – Marzo 2018

Non so se sono improvvisamente diventata scaltra o se – più probabile – sono solo stata molto fortunata, ma questo mese sono riuscita a infilare una tale sequela di bei libri fra le mie letture che quasi mi do il cinque da sola. Anzi, il quattro: come questo poker d’assi che sfodero con gioia.

 

Roberto Camurri, A misura d’uomo, NN Editore, 2018

«Spegne la macchina, si guarda attorno, guarda il sole riempire il cielo, è tanto azzurro che gli sembra quasi di essere felice, sereno, gli sembra, mentre scende, mentre si siede sul cofano, che tutto sia a posto, che tutto sia inutile, che tutto ciò che sente ribollirgli dentro sia soltanto un peso, qualcosa che lo tiene aggrappato lì, che aveva soltanto bisogno di rendersene conto. Guarda i campi che si perdono fin verso l’orizzonte lucido e infinito, lo sa che là in fondo ci sono le montagne, lo sa che da qualche parte la pianura finisce, lo sa ma non gli sembra vero, gli sembra che quella pianura, il giallo dei campi, il verde del foraggio, il marrone della terra disossata, sia tutto quel che ha, sia, in fin dei conti, quello che è.»

Qualche mese fa, quando ho iniziato a scrivere di libri altrui, mi sono data una regola: parlare solo di quelli che mi piacciono, indipendentemente dal loro valore. Ci sono libri oggettivamente belli che però non mi dicono più di tanto, così come ci sono libri che mi fanno impazzire pur essendo, e me ne accorgo, ben poca cosa. A misura d’uomo è un libro bello, che sta andando molto bene e che tutti stanno giustamente lodando, e ci tengo a premetterlo perché so di essere tremendamente di parte. Nel senso che quando io leggo «orizzonte infinito» e «pianura» non capisco più niente, divento cretina come quando vedo un cane e inizio a fare le voci sceme e non resisto all’idea di rotolarmi per terra con lui per riempirlo di coccole e farmi leccare tutta la faccia. Insomma, il libro è validissimo, ma il mio livello di obiettività è questo e mi sembrava giusto dirlo.
Roberto Camurri ha uno stile interessante, marcato, pittorico. Può non piacere, ne convengo. Può risultare pesante o artefatto dopo un po’. Io però l’ho apprezzato, e molto. Se ci si immerge nelle sue storie e ci si lascia cullare dalla narrazione si vede il quadro d’insieme; se ci si avvicina, si notano tutte le singole pennellate da cui è composto. So che è una considerazione banale, fatta spesso e quasi sempre a sproposito, ma qui è vero, lo giuro. Le pennellate ci sono. Io le ho viste.
L’autore riesce – e sono convinta che sia una cosa complicatissima – a far risuonare sulla pagina un racconto orale: le vicende degli abitanti di Fabbrico, un paesino emiliano immerso nella pianura padana. Le loro vite e le loro morti, le miserie e le bellezze, e quel senso profondo di nulla, di assenza, di vuoto che si respira nella provincia.
Il romanzo, composto da una serie di racconti (Camurri ringrazia Stephen King e legge Raymond Carver, e si vede) intrecciati fra loro, ruota attorno a tre personaggi principali, Davide, Valerio e Anela. I due ragazzi, amici da sempre; lei, la ragazza di cui entrambi si innamorano e che, all’interno di questo triangolo, si sente «un vertice che doveva esserci solo per non far perdere consistenza a quella che sarebbe stata una retta infinita destinata al precipizio». La tensione verso il baratro è palpabile, striscia nelle strade di Fabbrico e prende forma nelle vicende dei protagonisti, in una serie di dettagli (le unghie dei piedi da tagliare, i denti neri per le troppe liquerizie, le caviglie gonfie segate dai sandali, le sigarette, sempre, il Campari di mattina al bar, l’odore forte della Sambuca…) che mettono tristezza ma che, per quanto sono reali, lasciano addosso un senso di calore e familiarità. E di sospensione del giudizio, perché quando nasci e cresci in un paese le rovine degli altri sono anche tue e non puoi permetterti di sentirti migliore. Tutt’al più più fortunato, perché tu sei riuscito a salvarti e magari anche ad andartene. Ma tutto qui, e forse non è neanche vero.

 

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2018

«Ci si abitua a tutto, a estrarre il carbone nei cunicoli delle miniere, dosando la necessità di ossigeno; a camminare spediti sulla trave di un cantiere sospesa nel cielo, affrontando la vertigine del vuoto. Ci si abitua alle sirene degli allarmi, a dormire vestiti per sfollare veloci se suonano, ci si abitua alla fame, alla sete. Certo che mi ero abituata a essere pagata per mangiare. Poteva sembrare un privilegio, era un lavoro come un altro.»

Racconta l’autrice che, nel settembre del 2014, ha letto un trafiletto a proposito di Margaret Wölk, una signora tedesca che, all’età di 96 anni, ha rivelato di aver lavorato, ai tempi della guerra, per Hitler. Come? Assaggiando il suo cibo prima di lui per testare, a proprio rischio e pericolo, che non fosse avvelenato. Purtroppo la Wölk è morta prima che Rosella Postorino potesse incontrarla, ma la vicenda l’ha colpita a tal punto da decidere di trasformarla in un romanzo.
Un gran bel romanzo, aggiungo io. Non solo perché ha un ampio respiro storico, a fronte di tanti libri che girano attorno all’ombelico dell’autore (tipo i miei). Non solo perché è scritto straordinariamente bene, con misura ed esperienza – la Postorino, oltre che autrice già consolidata, è editor per Einaudi, e la cura che ripone in ogni parola, in ogni frase, è evidente. Non solo perché, una volta entrati nel flusso della trama (io c’ho messo una trentina di pagine, ma ritengo che sia colpa mia), è davvero difficile staccarsene. Si vuole sapere a tutti i costi come va avanti, o meglio quanto va in profondità, questa voragine della storia e dell’animo umano. Ma soprattutto perché, una pagina dopo l’altra, l’autrice indaga il rapporto fra bene e male, il sottile limite che separa la vittima dal carnefice, gli effetti dell’orrore della storia sulla vita privata di ogni persona.
Rosa Stauer, la protagonista del libro, non è nazista, proprio come non lo era Margaret Wölk. Trovatasi in quel di Berlino sola, perché il marito è a combattere in Russia, e senza casa, perché la sua è stata distrutta dai bombardamenti, Rosa si rifugia a Gross-Partsch, un paesino della Prussia orientale, oggi in Polonia. Non sa che proprio a due passi c’è la Wolfsschanze, la tana del lupo, il segretissimo quartier generale di Hitler. Le SS invece sanno benissimo che lei è lì, e in men che non si dica la reclutano fra le fila delle assaggiatrici del Führer. Il suo compito è quello di mangiare tre pasti al giorno; in cambio riceve 200 marchi al mese, una cifra che, in tempo di guerra, nessuno si sognerebbe di disdegnare. Ma rischia la morte ogni volta che si siede a tavola. È una cavia, né più né meno. Per di più collusa con il potere, con il Male. «Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame».
Certe sue colleghe assaggiatrici, “le Invasate”, sono entusiaste all’idea di offrire in dono la propria vita al Führer. Altre, invece, no. Alcune sono ingenue, come Leni, o misteriose come Elfriede – personaggio splendido, di cui mi sono innamorata all’istante. Tutte però svolgono il loro compito senza fiatare, sorvegliate da uno stuolo di SS a cui fa capo il terribile tenete Ziegler, il più cattivo di tutti. O forse no? È difficile dirlo. In una condizione tanto estrema (ma si è verificata davvero: è storia, mica una roba per far paura ai bambini), le certezze e i principi morali si sgretolano; cadono come birilli, spazzati via da una serie di eventi e circostanze atroci. E non ci sono innocenti, non vivi almeno, perché l’unica possibilità per salvarsi è compromettersi, macchiarsi, diventare colpevoli.
Un gran bel romanzo, davvero. Una lettura intrigante e interessante. Si parla di “caso letterario”, si vocifera di traduzioni all’estero, di premi. Spero che queste profezie si avverino tutte. Che entri nelle scuole, che venga valorizzato. C’è sempre bisogno di libri validi, e questo lo è. Sarebbe un peccato non accorgersene.

 

Marco Rinaldi, Il grande Grabski, Fazi Editore, 2017

«E così, tra le decine di luminari segnalati da amiche, amiche di amiche, vecchie femministe, parrucchiere, la scelta di Francesca cadde sul dottor Grabski, al quale era arrivata tramite la suocera dello stesso, astrologa di fiducia di una sua cara amica.
“Astrologa archetipica ad approccio fenomenologico” volle precisare Francesca. “Questo luminare costicchia, ma pare sia un portento. E poi è dei nostri.”
“Come, ‘dei nostri’, Francesca?”
“Freudiano.”
“E quindi?”
“Be’, il freudiano non si ferma, eh! Va fino in fondo.”
“Fino in fondo, Francesca? Sei sicura che non sarebbe meglio fermarsi un po’ prima?”
“Fino in fondo, Maurizio, fino in fondo.”»

Basterebbe la copertina per innamorarsi di questo libro. Ma, se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, aggiungo che, leggendolo, l’amore non può che crescere. Il grande Grabski racconta la storia di Maurizio, adulto sconclusionato e perennemente inadeguato, che, dopo una relazione a base di cibo e sesso con una prostituta, concupisce e sposa Francesca, donna che, dall’inizio alla fine del libro, appare come la gran regina di tutti i rompicoglioni.
Convinta che l’inettitudine del marito sia dovuta ai suoi traumi infantili, chiaramente d’origine familiare, Francesca lo spedisce da un sedicente luminare, il dottor Grabski (Zbigniew Grabski, per la precisione). Maurizio intraprende così un lungo e complesso percorso di analisi, sotto la ferrea guida del suo medico che, da un giorno all’altro, passa da Freud a Jung a Lacan ad altre dottrine più o meno inverosimili. Guidato da Grabski, il paziente si allontana dalla famiglia di origine, perde il lavoro e l’amore, inventa sogni surreali, ruba nei supermercati, si fa derubare da due prostitute cubane. Ma poi, toccato il fondo, finalmente risale: trova un nuovo lavoro, più adatto alle sue doti; riesce finalmente a liberarsi di Francesca; guadagna autostima e fiducia nelle proprie capacità…
Quindi è una storia a lieto fine? No, nella maniera più assoluta. Non è neanche un libro politically correct, se è per questo – e grazie al cielo, una volta tanto. Non c’è alcuna catarsi finale e sinceramente ho molto apprezzato questo aspetto. Perché di personaggi che non sanno cosa fare dalla vita, poi all’improvviso lo capiscono e ci riescono alla grande ne ho incontrati un’infinità nei romanzi e nei film, ma di uomini come Maurizio… no, sinceramente no.
La parodia della psicoanalisi, come si intuisce, gioca un ruolo fondamentale nel libro (ma di quella improvvisata, cialtronesca, del complesso di Edipo a tutti i costi). Si ride molto anche delle dinamiche di condizionamento implicite nei rapporti di coppia, degli hobby e delle manie contemporanee (specie le fisse occidentali per le antiche discipline orientali…), della difficoltà – molto più comune del previsto – di colmare quel vuoto che a volte ci si sente dentro e nessuno sa cosa sia né come farlo andare via. Insomma, è una storia intrisa di una bellissima, graffiante ironia, con uno humour che sfiora il nero e dialoghi molto ben riusciti. Soprattutto: una storia e non una sequela di gag messe insieme una dietro l’altra per strappare una risata. Chapeau.

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi, 2017

«Adesso le onde che si frangono sono calde. Scorrono sulla spiaggia allungandosi fino a dove le porta la loro energia, depositando un richiamo di schiuma scoppiettante sulla sabbia lucida e levigata.
Più in su la sabbia è bollente.
Si sdraia, sente un piacevole formicolio. I polmoni si riempiono e si svuotano.
Braccio sugli occhi, bocca aperta. Il cuore che pompa.
La mente sgombra.
Percepisce soltanto il calore del sole. Il calore del sole. La vita.»

Tutto quello che è un uomo è il primo libro di David Szalay, autore di origini canadesi che vive a Budapest, già noto a livello internazionale, che raggiunge l’Italia. E di questo dobbiamo ringraziare tutti quanti l’Adelphi, che non solo l’ha tradotto, ma gli ha anche dato quella sua solita veste sobria ed elegantissima che, mi pare, ben si adatta a ciò che ne ha scritto il «New York Times»: «è come salire a bordo di una potentissima auto di lusso, senza neppure un fronzolo».
Il romanzo è composto da nove racconti, e lo so che detta così sembra una contraddizione, ma non lo è. Nove racconti, ognuno dei quali illumina un frammento di vita di altrettanti uomini, dall’adolescenza alla vecchiaia. Sono uomini che studiano, lavorano, si innamorano, si mettono nei guai. Vivono, o almeno ci provano. A volte. Perché, come recita una domanda che torna più volte fra le pagine del libro: «E se vivo, cosa succede adesso?».
La vita degli uomini di Szalay (ma anche un po’ la nostra, a pensarci) è ineluttabilità, a volte rifiuto; slanci e rinunce; passione e rassegnazione; sesso, sogni, tentativi, successi e fallimenti. Ed è movimento. Tutti i personaggi si spostano di continuo da un luogo a un altro dell’Europa: Londra, Cipro, Berlino, l’Ungheria, la Scandinavia, la Francia, Zagabria, persino il Lidl di Argenta, in provincia di Ferrara – il Lidl di Argenta, fottutissimo genio che non sei altro, che colpo basso è scrivere un capolavoro del genere e infilarci il Lidl di Argenta?
Comunque, dicevamo.
Gli uomini di Szalay viaggiano, amano, si perdono molto più di quanto non si trovino. Vanno dietro alle donne perché non sanno stare dietro a loro stessi. Sono diversi, eppure in fondo si assomigliano un po’ tutti. Noi esseri umani non sempre brilliamo per originalità, va detto. Sono altre le ragioni che ci rendono interessanti, e dentro questo libro se ne trovano tante. Per questo viene spontaneo parlare di romanzo, anche se di fatto l’opera è composta da una serie di racconti. Perché c’è un trait d’union fortissimo che tiene incollate tutte le quattrocento pagine (perché non 4000, David? Con 4000 pagine avresti potuto ambientare qualcosa anche alla Coop di Alfonsine, sai che bomba? Perché non c’hai pensato?). La vita. Questa cosa un po’ bistrattata che a volte ci va stretta, a volte ci sembra poca roba, ma bene o male è tutto quello che abbiamo. E tutto quello che siamo, tutto quello che è un uomo.
Sono arrivata a questo titolo incuriosita dai molti commenti positivi che ho letto. Il capolavoro, l’Europa, l’uomo, la vita. Lo confesso: dal tenore delle recensioni mi ero convinta che fosse un mattonazzo. Bello eh, ma difficilmente digeribile. Invece no, tutt’altro. È un libro super appassionante, una lettura coinvolgente e divertente. Il racconto di una voce limpida, coraggiosa, sincera. Senza fronzoli, appunto.
Alla fine di ogni storia pensavo: “No ma che peccato, è già finita, questa era di sicuro la migliore di tutte”. Iniziavo quella successiva con un certo sospetto, come a sondare il terreno, e mi chiedevo cosa mai potesse inventarsi l’autore per reggere il ritmo e l’intensità delle precedenti. Poi divoravo le quaranta-cinquanta pagine della nuova storia e: “No ma che peccato, è già finita, questa era di sicuro la migliore di tutte”. Finché non sono davvero arrivata al termine del libro. Smarrita nel vedere le pagine bianche, il “finito di stampare”. Per un attimo mi è balenata l’idea che l’unica cosa da fare fosse ricominciare a leggere dall’inizio e portare avanti questo circolo virtuoso ad libitum. Non l’ho fatto solo perché sul comodino ho una pila di libri che mi attende, ormai con una certa impazienza. Ma lo farò, prima o poi lo farò davvero.
Aggiungo ancora un’ultima cosa. Intervistato da un giornale francese, Szalay ha detto: «Mi capita di sedermi pensando di scrivere un nuovo libro e non ne vedo il senso. Cos’è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti. Non capisco perché o come questo dovrebbe essere significativo». No ma infatti, vorrei tanto rispondergli io, tu non è che scrivi romanzi, fai proprio un altro sport, è come dire che io e Messi giochiamo tutti e due a calcio, non esiste. Quindi da bravo siediti e pensa di scrivere un nuovo libro, che noi invece il senso lo vediamo benissimo.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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