I libri del mese – Febbraio 2018

È febbraio e a Berlino c’è una simpatica media di – 10° che, nonostante il sole, non invita a fare scampagnate all’aria aperta. La tentazione di chiudersi in casa a leggere c’è, eccome – e se una cosa c’è è un peccato non usarla, metti che poi va a male e tocca buttarla via. Nell’ultimo mese ne ho quindi approfittato per proseguire lungo una strada (non priva di masochismo) su cui mi sono incamminata già da un po’: rileggere, ora che ho generosamente doppiato la maggiore età, i grandi classici di cui mi sono innamorata quando avevo diciotto anni o giù di lì.
«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» scrive Italo Calvino (primo consiglio: Italo Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori), e in effetti riprenderli in mano mi ha dato sia la gioia della conferma, sia il piacere di notare un’infinità di cose di cui ai tempi non mi ero accorta.
En passant aggiungerei che, prima di lanciarsi in questo genere di imprese, occorre avere a portata di mano una valida giustificazione di quello che si è fatto fra una lettura e l’altra, altrimenti il peso degli anni trascorsi si fa sentire parecchio. A me ovviamente non è successo, ma una mia amica m’ha detto che può capitare. Peccato che non la possiate vedere perché se n’è appena andata, se no ve lo facevo dire da lei. La mia amica. Ehm.
Comunque, dicevo. I classici. Parlarne, se uno non è Calvino, può rivelarsi molto frustrante. A volte mi sento come un bambino di due anni che, dentro la Basilica di San Pietro, in mezzo a quella miriade di capolavori e grandiosità, sa solo aprire la bocca e dire: «Grande! Bello! Ooooh!». Ecco, i miei commenti qui sotto hanno un po’ lo stesso tenore. Però qui ci sono cinque libri che adoro e di cui, per questo, non posso non scrivere.

[Nota: Nel caso di testi fuori diritti ci sono decine di edizioni possibili. Una NON vale l’altra, ma c’è comunque un bel margine di scelta. Dove invece specifico l’editore è perché c’è solo quello.]

 

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita

«”Ma, mi dica: perché Margherita la chiama Maestro?” domandò Woland.
Questi sorrise e disse:
“È una debolezza perdonabile. Ha un concetto troppo alto del romanzo che ho scritto”.
“Un romanzo su cosa?”
“Su Ponzio Pilato”.
A quel punto le fiammelle delle candele presero nuovamente a ondeggiare e a saltellare, le stoviglie sulla tavola fremettero: Woland era scoppiato in una risata di tuono, ma nessuno si era spaventato, e questo riso non aveva suscitato stupore. Behemoth per un qualche motivo si mise ad applaudire.
“Su cosa, su cosa? Su chi?” disse Woland smettendo di ridere. “E adesso questo? È una cosa sorprendente! Non avrebbe potuto trovare un altro tema? Mi faccia dare un’occhiata.” Woland tese il braccio con il palmo rivolto verso l’alto.
“Purtroppo non posso farlo” rispose il Maestro “perché l’ho bruciato nella stufa.”
“Scusi, ma non le credo” rispose Woland, “non è una cosa possibile, i manoscritti non bruciano.”»

C’è questa cosa insopportabile nell’ambiente pseudo intellettuale per cui sembra che, se fra i tuoi autori preferiti non c’è neanche un russo, sei proprio l’ultimo degli sfigati. Ora, credo che non ci sia neanche bisogno di star qui a spiegare che si tratta di una considerazione stupida, e anche un po’ infantile, che non ha alcun senso e… epperò, guarda caso, il mio libro preferito l’ha scritto proprio un russo, pensa te!
Ho letto Il Maestro e Margherita per la prima volta nel 2002 – lo so perché avevo scritto la data sul frontespizio insieme al mio nome, che tenerezza. È stata una folgorazione: un libro che mi ha letteralmente riempita con la sua magia e il suo surrealismo, la sua ironia e la sua poesia, la sua crudeltà e la sua pietà. Un libro che, oltre a raccontare una storia (due, in questo caso), offre una potentissima dimostrazione di quali siano effettivamente le possibilità della letteratura – più di quelle che pensiamo, sempre.
Nella Mosca degli anni Trenta, la vita culturale è monopolizzata da un branco di intellettuali-burocrati foraggiati dal regime e attaccati con le unghie e con i denti ai loro privilegi. Il Maestro, uno scrittore talentuoso ma fuori dai giri, tenta di sottoporre a editori e autori il suo romanzo su Ponzio Pilato, ma nessuno lo prende in considerazione. Emarginato, sbeffeggiato, scivola lentamente nella follia, nonostante l’amore della sua Margherita. Senza che lei ne sappia nulla, brucia il suo manoscritto e si lascia docilmente rinchiudere in manicomio.
Finché un bel giorno in città non arriva niente meno che il diavolo, nei panni dell’esperto di magia nera Woland, con un curioso seguito di gatti, streghe, loschi individui. Dopo aver seminato il panico fra le strade della capitale (con teste mozzate e altre scaramucce), Woland trova il modo di contattare Margherita e offrirle la possibilità di incontrare il Maestro. La ragazza accetta – e poi non vi dico più niente perché anche prima, ma da qui in poi parte tutta una cosa da pelle d’oca che va proprio scoperta da soli.
Il Maestro e Margherita è un romanzo che racconta molto di Bulgakov e dell’ambiente in cui, molto peggio di quanto sarebbe stato giusto, ha vissuto. L’autore lo scrive fra il 1928 e il 1940, anno in cui muore, ma viene pubblicato solo nel 1966. In Italia arriva due anni dopo ed Eugenio Montale, recensendolo, lo definisce: «Un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». Dirò una banalità: non saprei descriverlo meglio.

[Nota per i milanesi: dal 21 al 25 marzo al teatro Elfo Puccini c’è Collaborators, spettacolo di John Hodge – lo sceneggiatore di Trainspotting – sul rapporto fra Bulgakov e Stalin. Da vedere assolutamente.]

 

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte

«Poi, volgendosi a Sancho, gli disse:
“Perdonami, amico, di averti messo nella condizione di sembrare pazzo come me, facendoti cadere nell’errore in cui io sono caduto, cioè che vi siano stati e vi siano cavalieri erranti nel mondo.”
“Ah!” rispose Sancho, piangendo. “Non voglia morire la signoria vostra, signor mio, ma accetti il mio consiglio e campi molti anni, perché la maggior pazzia che un uomo può fare in questa vita è di lasciarsi morire così, su due piedi, senza che nessuno l’uccida e non lo finisca altra mano che quella della malinconia. Cerchi di non esser pigro e si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori, come siamo rimasti d’accordo: chissà che dietro qualche cespuglio non troviamo la signora donna Dulcinea disincantata, in modo che non si possa vedere niente di più bello. Se è che se ne muore dal dispiacere di vedersi vinto, getti la colpa su di me, dicendo che la scavalcarono perché io avevo messo male le cinghie a Ronzinante, tanto più che la signoria vostra avrà visto nei suoi libri di cavalleria che è una cosa ordinaria che i cavalieri si scavalchino a vicenda e quello che è vinto oggi sarà vincitore domani.”
“Proprio così”, disse Sansón, “e il buon Sancho Panza è bene informato sulla verità di questi casi.”
“Signori”, disse don Chisciotte, “andiamo molto adagio; ‘ché nei nidi d’or è un anno, non v’ha uccelli più quest’anno’. Io sono stato pazzo e ora sono savio: sono stato don Chisciotte della Mancia e ora sono, come ho detto, Alonso Quijano il Buono. Possa la mia sincerità e il mio pentimento ridarmi presso di voi la stima in cui ero tenuto […].»

Ricordo benissimo il momento preciso in cui per la prima volta ho letto queste righe, alla fine del Don Chisciotte: ero in treno, diretta verso l’università, e sono scoppiata a piangere come una cretina. L’effetto, per la cronaca, è stato lo stesso anche al secondo giro.
Per questioni di lavoro mi sono ritrovata a dover leggere il romanzo di Cervantes molto in fretta, e la cosa mi ha preoccupata non poco: la mole non è quella di un libricino di haiku, ecco. Invece me la sono cavata in tre intensissimi giorni in cui, escludendo qualche pausa per le necessità fisiologiche, tipo bere un caffè dietro l’altro, non ho fatto altro che seguire le vicende del cavaliere della Mancia.
Una cosa che mi ha molto stupito è che, a distanza di cinquecento anni, continuano a far ridere come se fossero state scritte ieri (e c’è ancora chi sottovaluta il potere dell’umorismo…). Un’altra è che davvero tutta la narrativa degli anni a venire è nata qui. Da Dostoevskij a Dickens a Borges: gli embrioni dei loro capolavori si trovano già nelle pagine del Don Chisciotte, che difatti è universalmente riconosciuto come il capostipite del romanzo moderno.
La trama credo che sia ormai arcinota: un hidalgo, piccolo nobile della provincia spagnola, perde la ragione a furia di leggere libri di cavalleria e decide di diventare anch’egli un cavaliere errante. Ribattezzatosi Don Chisciotte della Mancia, trova un cavallo (Ronzinante), uno scudiero (Sancho Panza, che invenzione straordinaria), una donna a cui dedicare le sue gesta (Dulcinea) e, raccolte quattro carabattole in casa, che userà come armi, parte all’avventura, incontrando, com’è prevedibile, un guaio dietro l’altro – celeberrimi i mulini a vento contro cui si getta, avendoli scambiati per giganti. E questa è la prima parte, che Miguel de Cervantes pubblica nel 1605.
A quel punto succede una cosa pazzesca. Il romanzo ha un tale successo in tutta Europa che, dopo qualche anno, esce un seguito apocrifo, scritto da un tale Alonso Fernández de Avellaneda (si vocifera che dietro lo pseudonimo possa celarsi niente meno che Lope de Vega, grande poeta e drammaturgo nonché acerrimo nemico di Cervantes). Cervantes non ci sta e si affretta a comporre la sua seconda parte – alla fine della quale, per evitare nuovi plagi, ha la premura di eliminare il suo eroe. Solo che nella seconda parte cambia tutto.
I due protagonisti sanno che è stato scritto un libro su di loro, e strada facendo scoprono anche l’esistenza dell’apocrifo, per cui la storia si frantuma in un gioco di specchi in cui realtà e finzione si intrecciano dentro e fuori dalla pagina. Ma nel momento in cui la verità entra in scena, Don Chisciotte si spegne: diventa l’ombra di sé stesso. Non è più il protagonista ignaro delle avventure sgorgate dalla sua fantasia, ma un attore mosso dalla regia altrui. Il lettore non si gode più lo spettacolo dalla platea, ma dal dietro le quinte. Si ride ancora, e di gusto, ma al contempo si assiste allo sgretolamento delle illusioni di un’epoca ormai giunta al termine. Si alzano i veli, crollano le scenografie, cadono le maschere. E l’anacronistico Don Chisciotte non può far altro che morire.
Qualche mese dopo aver messo la parola fine al suo capolavoro, muore anche Cervantes. Ha avuto una vita pazzesca: scappato dalla Spagna dopo aver ferito un nobile in una rissa, arriva non si sa come a Roma, diventa soldato e combatte per gli spagnoli a Lepanto. Poi lo catturano e lo tengono imprigionato ad Algeri per cinque anni, senza che nessuno, a dire il vero, si sbatta più di tanto per liberarlo. Torna in Spagna nel 1580, convinto che la sua dedizione alla Corona gli varrà chissà quali privilegi. Sbaglia: non se lo fila nessuno. Chiede allora di venire spedito nelle Americhe con una qualsiasi mansione, ma Filippo II gli risponde con un laconico: «Si cerchi qui in che cosa guadagnarsi la paga». Giusto per non farsi mancare niente, finisce coinvolto in un omicidio e viene di nuovo sbattuto in carcere, stavolta in Spagna, da innocente.
Insomma, non si può non voler bene a Cervantes. È il santo patrono di tutti gli sfigati. Quelli che hanno creduto e sono stati delusi. Quelli che, per quanto hanno provato, hanno sempre fallito. Quelli che, quando il successo infine è arrivato, non se lo sono potuto godere.
Ah, era pure convinto che, della sua produzione, il Don Chisciotte fosse l’opera peggiore, la più triviale, la meno degna di venire tramandata ai posteri. Io certe volte mi immagino di incontrarlo da qualche parte e dirgli: «Senti Miguel, hai presente quella cosa che hai scritto, quella che non ti piaceva tanto… il Don Chisciotte, esatto. Niente, volevo dirti che a detta di tutti è tipo il libro più importante della storia, il capolavoro che ha cambiato per sempre il corso della letteratura mondiale». Magari per la sorpresa resuscita e scrive anche la terza parte, chissà.

 

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori

«Il colonnello Aureliano Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati l’uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione. Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad ammazzare un cavallo. Respinse l’Ordine del Merito che gli conferì il presidente della repubblica. Giunse a essere comandante generale delle forze rivoluzionarie, con giurisdizione e comando da una frontiera all’altra, e fu l’uomo più temuto dal governo, ma non permise mai che lo fotografassero. Declinò il vitalizio che gli offrirono dopo la guerra e visse fino alla vecchiaia dei pesciolini d’oro che fabbricava nel suo laboratorio di Macondo. Malgrado avesse sempre combattuto alla testa dei suoi uomini, l’unica ferita se la produsse lui stesso dopo aver firmato la capitolazione di Neerlandia che mise fine a quasi venti anni di guerre civili. Si sparò un colpo di pistola nel petto e il proiettile gli uscì dalla schiena senza ledere alcun centro vitale. L’unica cosa che rimase fu una strada di Macondo intitolata al suo nome. Ciò nonostante, secondo quanto dichiarò pochi anni prima di morire di vecchiaia, nemmeno questo si aspettava il mattino in cui se ne andò con i suoi ventun uomini a riunirsi alle forse del generale Victorio Medina.»

Nel mio liceo, leggere Cent’anni di solitudine era un must. I professori non lo consigliavano ma gli studenti lo adoravano. Era un obbligo, non una scelta. E poi, dopo il terzo album dei Modena City Ramblers (Terra e libertà, 1997, con molte tracce dedicate al capolavoro di García Márquez), era anche una presa di posizione: voleva dire amare la cultura e soprattutto essere di sinistra. Quindi anche Cent’anni di solitudine finiva nell’immenso calderone in cui, tutti insieme e senza soluzione di continuità, già si trovavano Che Guevara e Guccini, Cesare Pavese e Dolores O’Riordan, Majakovskij e i CSI, Carmen Consoli e Pasolini.
Comunque credo che ad alcuni di noi (fatta salva l’universale obiezione: «Eh ma si chiamano tutti uguale») Cent’anni di solitudine sia davvero piaciuto. E se a diciassette anni l’ho letto intrisa di un’ideologia confusa ma a suo modo sincera, ultimamente l’ho ripreso cercando di godermi solo la storia del colonnello Aureliano Buendía e della sua famiglia (l’albero genealogico presente a fine testo mi ha salvato la vita, consiglio tutti di usarlo senza remore). Ed effettivamente, più che godermela, mi ci sono sciolta dentro, abbassando completamente il livello di guardia e rinunciando fin dalla prima pagina a scoprire i “trucchi” che García Márquez sostiene di aver inserito nel suo romanzo. In effetti, ce ne sono parecchi: il modo di giocare con il tempo, i continui flashback e flashforward, le negazioni, i dialoghi che sono monologhi… ma tutto questo passa in secondo piano rispetto alla magia del sogno barocco, folle, geniale che è Cent’anni di solitudine. Un libro che lascia addosso al lettore sensazioni fisiche: una sorta di torpore nei muscoli; il sapore di un cibo speziato in bocca; la noia ansiosa di un lunedì di pioggia e lavoro dopo un weekend di feste.
Colpevole di un omicidio, José Arcadio Buendía lascia il suo villaggio insieme alla moglie Ursula e ad altre giovani coppie. Dopo un lungo peregrinare nella giungla, si ferma sulla sponda di un fiume, creando un accampamento a cui dà il nome di Macondo. Sotto la loro guida, Macondo cresce e prospera fino all’avverarsi di una profezia che ne provoca l’implosione: l’unione fra consanguinei che porta alla nascita di un figlio con la coda di maiale, ovvero alla fine della discendenza. Nel frattempo però assistiamo alle mirabolanti avventure dello zingaro Melquiades, dell’erculeo José Arcadio, del colonnello Aureliano Buendía, della triste Amaranta con le bende nere sulla mano, di Remedios la bella e dei gemelli completamente identici Aureliano II e José Arcadio II, mentre alle loro spalle si dispiega la storia della Colombia e sotto i loro occhi il mito prende forma.
Che l’America Latina sia la terra del realismo magico (e forse proprio la Colombia in particolare, come insegna Narcos) è forse la naturale conseguenza della sua intricatissima storia e della varietà di culture e tradizioni che qui si sono incontrate. Mito e realtà vanno a braccetto, indistinguibili l’uno dall’altra, e per raccontarli García Márquez pesca nel baule dei ricordi: l’infanzia ad Aracataca [ambita meta di un mio pellegrinaggio, N.d.A.], il nonno e le sue mirabolanti avventure, la nonna e le sue storie di fantasmi, cadaveri ambulanti, maledizioni. Il tutto ammantato da un profondo umorismo e da un incondizionato amore per una terra non sempre generosa con i suoi figli, ma impossibile da dimenticare.

 

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Mondadori

«”Hai giovinezza, fiducia, e un lavoro” disse il cameriere più vecchio. “Hai tutto.”
“E a te cosa manca?”
“Tutto tranne il lavoro.”
“Hai tutto quello che ho io.”
“No. Non ho mai avuto fiducia e non sono giovane.”
“Dai. Smettila di dire sciocchezze e chiudi a chiave.”
“Io sono di quelli ai quali piace stare al caffè fino a tardi” disse il cameriere più vecchio. “Con tutti quelli che non vogliono andare a letto. Con tutti quelli che hanno bisogno di una luce per la notte.”
“Io voglio andare a casa e a letto.”
“Siamo due razze diverse” disse il cameriere più vecchio. Adesso era vestito per andare a casa. “Non è solo questione di giovinezza e di fiducia, anche se sono bellissime cose. Ogni notte io sono restio a chiudere perché ci può essere qualcuno che ha bisogno del caffè.”
Hombre, ci sono delle bodegas aperte tutta la notte.”
“Non capisci. Questo è un caffè piacevole, pulito. È illuminato bene. La luce è molto buona e, adesso, ci sono anche le ombre delle foglie.”
“Buonanotte” disse il cameriere più giovane.
“Buonanotte” disse l’altro. Spegnendo la luce elettrica continuò la conversazione con se stesso. È la luce, naturalmente, ma bisogna che il locale sia piacevole e pulito. Non ci vuole la musica. La musica non ci vuole di certo. E non puoi stare dignitosamente in piedi davanti a un banco, anche se per queste ore della notte un banco è tutto quello che ti danno. Di che cosa aveva paura? Non era né paura né timore. Era un niente che conosceva troppo bene. Era tutto un niente, e anche un uomo era niente. Era soltanto questo, e tutto quello che ci voleva era la luce, e un certo ordine e una certa pulizia. Alcuni ci vivevano e non lo avvertivano mai, ma lui sapeva che era tutto nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il nome tuo il regno tuo nada sia la tua volontà nada in nada come in nada. Dacci questo nada il nostro nada quotidiano e nadaci il nostro nada come noi nadiamo i nostri nada e non nadarci in nada ma liberaci dal nada; pues nada. Ave niente pieno di niente, niente sia con te. Sorrise e si fermò davanti al banco di un bar con una lucente macchina da caffè a vapore.
“Cosa prende?” chiese il barista.
Nada.”
Otro loco masdisse il barista, e gli voltò le spalle.
“Una tazzina” disse il cameriere.
Il barista glielo versò.
“La luce è molto viva e piacevole, ma il banco non è lucido” disse il cameriere.
Il barista lo guardò, ma non rispose. Era troppo tardi per fare conversazione.
“Vuole un’altra copita?” chiese il barista.
“No, grazie” disse il cameriere, e uscì. Non gli piacevano né i bar né le bodegas. Un caffè pulito, illuminato bene, era una cosa molto diversa. Adesso, senza pensarci più, sarebbe tornato nella sua stanza. Si sarebbe messo a letto e finalmente, alle prime luci dell’alba, si sarebbe addormentato. Dopo tutto, si disse, probabilmente è soltanto insonnia. Chissà quanti ce l’hanno.

Di Hemingway bisogna ricordare sempre com’è morto: a 61 anni, fisicamente distrutto, depresso, annebbiato da settimane di elettroshock, con un colpo di fucile in testa che si spara da solo, mentre la moglie dorme nell’altra stanza. Dico questo perché, altrimenti, il rischio di ambire all’emulazione più sfrenata non della sua letteratura, ma proprio della sua vita, è irresistibile.
E come potrebbe essere altrimenti? Hemingway le ha fatte tutte. Ha combattuto in Italia durante la Prima guerra mondiale; a Parigi, a vent’anni, povero in canna, scriveva i suoi primi capolavori e frequentava Ezra Pound, John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, James Joyce, Gertrude Stein. Poi si trasferisce in Florida, dove passa le giornate dividendosi equamente fra la pesca d’altura e le peggiori bettole del porto. Fa safari in Africa, si sposta in Spagna quando scoppia la guerra civile e infine si trasferisce a Cuba, in una finca poco fuori dall’Avana (qui ci sono già stata, in pellegrinaggio: è un posto bellissimo). Beve come un pazzo al Floridita (sua invenzione il Papa Doble, un daiquiri molto carico) e alla Bodeguita del Medio, si prende una barca, la sua adorata Pilar, con cui va a pesca e, durante la Seconda guerra mondiale, imbastisce un’improbabile operazione segreta di controspionaggio nel Mar dei Caraibi. Assiste allo Sbarco in Normandia ed è con i soldati che, nel 1944, liberano Parigi dai nazisti. Poi di nuovo Cuba, Africa, Venezia, Parigi, la Florida… Hemingway non vive ma prende a morsi la vita, finché questa non gli presenta il conto. La sua biografia è un romanzo da leggere a perdifiato (consiglio, per chi vuole approfondire: A.E. Hotchner, Papà Hemingway, Mondadori, e naturalmente Fernanda Pivano, Hemingway, Bompiani) ed è quasi più avventurosa delle storie che scriveva – di certo, non meno.
Ho cominciato anni fa a leggere i romanzi di Hemingway – Addio alle armi, Per chi suona la campana, Il vecchio e il mare – e mi sono piaciuti da impazzire. Poi ho scoperto Morte nel pomeriggio, libro dedicato alle sue amate corride, e Festa mobile, una nostalgica narrazione dei suoi anni parigini. Ultimamente, invece, mi sono dedicata alla rilettura dei racconti e… questione di punti di vista, ovviamente, ma io li trovo insuperabili, di gran lunga migliori del resto. Nelle storie brevi vengono fuori meglio, a mio avviso, almeno tre splendide caratteristiche dello stile di Hemingway: la maestria nei dialoghi (cosa non comune e non scontata: per esempio García Márquez, che pure come Hemingway era Premio Nobel, ha sempre ammesso di non saperli scrivere), la concisione (mai, mai si trova una parola di troppo nelle sue pagine! Anzi, spesso ce ne sono molte di meno rispetto alla media, eppure il lettore capisce tutto lo stesso) e l’understatement, ovvero l’assenza di enfasi e retorica.
Dura tirare fuori i miei racconti preferiti, ma fra quelli che più amo ci sono sicuramente Un posto pulito, illuminato bene (citato sopra), La breve vita felice di Francis Macomber, Campo indiano, Colline come elefanti bianchi… e vabbè, sì, anche gli altri quarantacinque.

 

Virginia Woolf, La signora Dalloway

«Big Ben battè la mezz’ora.
Era straordinario, strano, anzi commovente, vedere la vecchia signora (da tanti anni erano vicini di casa) allontanarsi dalla finestra come se fosse attaccata a quel suono, a quella corda musicale. Per quanto gigantesco fosse quel suono, aveva una certa analogia con lei. Penetrava giù, giù dentro la vita quotidiana, e il momento diventava solenne. I rintocchi, immaginò Clarissa, incalzavano la vecchia signora a muoversi, ad andare – ma dove? Clarissa cercò di seguirla con lo sguardo, la vide voltarsi e sparire; riusciva appena a vedere la sua cuffietta bianca muoversi in fondo alla camera. Era ancora là, e camminava in fondo alla camera. “A che servono convinzioni e preghiere e impermeabili” pensò Clarissa “quando il miracolo è là, è là, il mistero: poter vedere quella vecchia signora andare dal cassettone all’acconciatoio.” Ancora la vedeva… E il supremo mistero che la Kilman avrebbe detto d’aver penetrato, o Peter affermato d’aver risolto, sebbene Clarissa fosse certa che nessuno dei due avesse la più lontana idea d’una soluzione, non era che questo: qui c’è una stanza, là, ce n’è un’altra. L’amore o la religione erano in grado di risolvere cose simili?»

Questa è stata una scoperta, non una riscoperta. Prendendo in mano La signora Dalloway dopo una ventina d’anni, mi sono accorta che, alla prima lettura, non avevo capito niente, ma proprio niente niente. (Scusa Virginia, sono stupida, ma posso migliorare.)
Invece stavolta mi si è aperto il terzo occhio e mi sono letteralmente innamorata di questa donna, e autrice, straordinaria. Mi affascina il fatto che, a detta di tutti, in società fosse sempre a disagio: vestiva male, parlava troppo, faceva un errore dietro l’altro. Era talmente goffa che i suoi familiari l’avevano soprannominata “la Capra”. Sulla pagina, invece, le sue righe si imprimono con una leggiadria e raffinatezza difficili da trovare in altri scrittori. La sua prosa è poesia, e questo grazie a un durissimo lavoro: Virginia Woolf è una delle autrici che più soffre della consapevolezza di non poter raggiungere con le parole l’attimo fuggente della verità, nel momento e nei modi in cui esso appare.
Metodica, nevrotica, perfezionista, ha scritto e riscritto cambiando ogni volta forma e contenuti, sempre per inseguire quella «pioggia incessante di innumerevoli atomi» che è la vita. Una materia scivolosa, spesso terribile, con un’infinità di sfaccettature e una curiosa caratteristica: più ci si avvicina per misurarla, più questa cambia. Allora la Woolf prova un approccio diverso: la segue, fluisce insieme a lei, accondiscende ai suoi movimenti finché, per un attimo solo, non riesce a vederla in viso. Un attimo che può capitare sempre, in ogni minuto di una qualunque giornata, ed è per questo che l’autrice cerca sempre la verità nel quotidiano.
Il quotidiano di Clarissa Dalloway, per esempio. Il romanzo che la vede protagonista è tutto racchiuso in un’unica giornata, dalla mattina, quando Clarissa esce per comprare i fiori, alla sera, mentre a casa sua è in corso un’animata festa (c’è persino il Primo Ministro!). E nel frattempo scopriamo quello che passa per la testa alla protagonista, a suo marito, agli amici e amori d’infanzia, alla gente che la incontra per strada e magari neanche la nota, ma condivide comunque con lei un attimo di profonda umanità.
Nota di merito all’altro grande protagonista del romanzo, che, come Clarissa del resto, ha molti punti in comune con Virginia Woolf: Septimus Warren Smith, il veterano di guerra impazzito per essere rimasto impassibile davanti agli orrori del conflitto. Clarissa è luce, Septimus tenebre. Lei è apertura al mondo; lui, sempre più tragicamente chiuso nelle caverne della sua mente. Clarissa è vita; Septimus, morte. Ma nello splendido finale del romanzo, le loro storie entrano in contatto ed è Clarissa a uscirne vincitrice. Non solo perché sopravvive (in una delle prime stesure, la Woolf aveva pensato di far morire anche lei, suicida in circostanze misteriose), ma perché accoglie in sé la morte del suo alter ego. La accetta, se ne assume la responsabilità. E questo la rende felice, come mai lo era stata prima. La vita è un trionfo, sembra suggerire Virginia Woolf. Per lo meno quando, nel 1925, lontano dalle nubi che negli anni a venire si sarebbero addensate sopra l’Europa, sembra ancora che tutto (l’arte, l’esistenza, l’umanità) possa ancora avere un senso.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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