Luoghi comuni da sfatare sulla scrittura e la pubblicazione di un libro – parte 1

Questo post avrebbe dovuto intitolarsi: Alcune cose che sento spesso ripetere a vanvera quando si parla di scrittori esordienti su cui non sono poi così tanto d’accordo e credo che andrebbero rettificate onde fare un po’ di chiarezza sull’argomento, ma per ragioni di praticità ho preferito ricorrere a una versione più breve, seppur meno precisa. Per dire che qui nessuno ha delle risposte alle grandi domande che da sempre accompagnano l’umanità (Chi siamo? Da dove veniamo? Come si fa a pubblicare un libro?), ma qualche esperienza da condividere sì.
Perché mi sono convinta che il problema sia anche questo: da una parte c’è una massa enorme di aspiranti autori confusi, persi nella marea (ho scritto marea ma volevo dire merda) del sottobosco editoriale, facili prede di aziende losche che con l’editoria non hanno davvero niente da spartire; aspiranti autori mancati il cui romanzo è stato rifiutato e che quindi sono, comprensibilmente, mongolfiere gonfie di rancore; gente che, senza saperne nulla, ripete a destra e a manca ciò che ha sentito dire dalle consuete, affidabilissime fonti: il cugino, lo zio di una vicina di casa, il sito www.notiziefalse.com e via dicendo.
Dall’altra parte c’è un gruppetto sempre più nutrito di professionisti (scrittori, editor, redattori, talent scount, agenti letterari e così via) che si fanno in quattro per cercare di comunicare ciò che accade in una casa editrice dal momento in cui il manoscritto di un aspirante autore viene ricevuto a quando viene pubblicato o scartato; oppure ciò che un aspirante autore dovrebbe fare o non fare prima, durante e dopo l’invio del proprio manoscritto (imperdibile il libro di Cristiano Armati, Cose che gli aspiranti scrittori farebbero meglio a NON fare ma che invece fanno).

Ma tra questi due gruppi spesso non c’è comunicazione. È come se vivessero su due mondi lontani. Quindi i primi non ascoltano i secondi e continuano a macerarsi nell’odio verso la kasta delle case editrici che sembra voler sabotare il loro esordio a tutti i costi; i secondi non riescono a farsi ascoltare dei primi e finiscono per parlarsi addosso, trasformandosi in una sorta di “editori anonimi”, piccole riunioni di auto mutuo aiuto in cui si raccontano aneddoti surreali piangendo l’uno sulla spalla dell’altro. Cosa a cui, lo ammetto, anch’io mi presto volentieri.
Con questo post vorrei solo far crescere di uno (una sono…) il gruppetto dei secondi, di modo che, anche statisticamente parlando, sia più facile imbattercisi. Se invece volete ascoltare gente più seria e preparata di me, consiglio vivamente di seguire, tanto per iniziare, Vibrisse di Giulio Mozzi e BookBlister di Chiara Beretta Mazzotta.

Ma andiamo con i luoghi comuni…

 

1) Per farsi pubblicare bisogna pagare.

Io lo so che un giorno perderò la voce a forza di dirlo, mi si intorpidiranno le dita a forza di scriverlo, e allora uscirò per strada e mi metterò a scolpirlo a testate su tutti i muri: l’editoria a pagamento è una schifezza che dovrebbe sparire dalla faccia della terra (ma non succederà).
Un editore che si rispetti paga l’autore per comprare il suo testo e il diritto di riprodurlo per il numero di anni e nelle modalità indicate dal contratto. Lo paga poco, d’accordo – poco in proporzione all’impegno che l’autore ha messo (si spera) nel suo romanzo. Però lo paga. Prima, durante, dopo la pubblicazione: ci sono mille possibilità che dipendono dall’autore, dal libro, dalla casa editrice, a volte anche dalla congiuntura astrale. Però lo paga.
Se l’editore è piccolo, umile ma onesto (cit.), probabilmente corrisponde all’autore solo una percentuale sulle copie vendute, diciamo a qualche mese o a un anno dalla pubblicazione. Se è un po’ più grande e opulento, versa un anticipo (alla firma del contratto e/o alla pubblicazione del libro) e, una volta assorbita questa prima somma, dà una percentuale sulle copie vendute come sopra.
I clienti di un editore sono i lettori. I clienti di un editore a pagamento (EAP) sono gli scrittori. Capito dove sta la porcata? Un editore a pagamento smette di lavorare quando ha stampato il libro e lo mette nelle mani dello scrittore. Un editore serio, al contrario, in quel preciso momento inizia la seconda e più impegnativa fase del suo lavoro: far sì che il libro venda tanto, per il bene di tutti.
Per esprimere meglio questo concetto, ricorrerò a una banalissima metafora. L’autore è un pizzaiolo e il suo romanzo una margherita (una quattro stagioni, se è bravo; una pizza ai frutti di mare, se ha voluto strafare e gli è uscita un po’ una schifezza). Il padrone del ristorante in cui lavora è l’editore. I clienti sono i lettori. A qualcuno sembra normale che sia il pizzaiolo a pagare il padrone per sfornare margherite nel suo ristorante? Se un vostro amico si prestasse a fare il pizzaiolo a queste condizioni gli direste: «Sei un grande, vai avanti così e vedrai che farai strada» o piuttosto: «Ma ti sei rincoglionito? Molla ‘sto lavoro e vai a casa»?

E allora perché così tanta gente continua a spendere soldi (si parla circa di 2-3000 euro a libro, non bruscolini) per affidarsi agli EAP? Di ragioni, purtroppo, ce ne sono tante:

  • Gli editori tradizionali (quelli seri, chiamiamoli così) impiegano minimo tre mesi per dare una risposta a un autore. Minimo significa che, spesso, risponderanno dopo sei, otto, dodici mesi; più spesso ancora, invece, non risponderanno proprio, perché nessuno in una casa editrice ha il tempo materiale per annunciare tutti i rifiuti. Gli EAP rispondono tre giorni dopo l’invio, giurano che il vostro manoscritto è un capolavoro, vi mandano all’istante un contratto e vi pregano di restituirlo firmato quanto prima, in modo da non privare più a lungo il mondo della vostra sublime bravura. Gli EAP mentono sapendo di mentire, però capisco che possa essere bello credere alle loro parole.
  • Gli EAP vi garantiscono che nessuna casa editrice ormai pubblica scrittori esordienti a sue spese: tutte chiedono un contributo, chi più chi meno. Non è vero niente. Le case editrici, anche quelle grandi, continuano a pubblicare esordienti (qui un elenco dei debutti più attesi del 2018) non solo senza chiedere niente in cambio, ma persino pagandoli, pensa un po’.
  • Gli EAP vi spiegano che, se riuscite a vendere quelle due-trecento copie del vostro libro ad amici e parenti, allora potrete rifarvi dell’anticipo che vi hanno fatto sborsare. Questo probabilmente è vero, ma per quale motivo uno dovrebbe pagare un editore se poi è comunque costretto a vendersi da solo il proprio libro? (Quindi il nostro pizzaiolo nemmeno lavora al ristorante; va in giro casa per casa a proporre le sue pizze, ma per farlo deve lo stesso a pagare il padrone.) Non ha senso.
  • Gli EAP giurano e spergiurano che invieranno decine di copie del vostro libro a fantomatici giornalisti che inonderanno l’etere e la stampa con mirabolanti recensioni del vostro capolavoro.
    Ora, io nella vita credo abbastanza a tutto. A Babbo Natale, alla Befana, alla fatina dei denti, agli ufo, qualunque cosa. Ma nemmeno io, nella mia dabbenaggine, sarei mai disposta a credere a una promessa del genere. Chiunque frequenti anche solo di rado le pagine culturali dei giornali, o i principali siti web dedicati al mondo dei libri, può vedere con i suoi occhi che queste recensioni non esistono, non sono mai esistite e non esisteranno mai. Se non su www.notiziefalse.com/libri, forse. I giornalisti, recensori, bookblogger e booktuber in gamba, nel 99% dei casi, rifiutano di scrivere o pubblicizzare un libro pubblicato con EAP.

Se non riuscite a trovare un editore serio perché non sapete dove andare a cercarlo. Se avete già ricevuto decine di rifiuti e state pensando di farla finita (con la ricerca dell’editore e basta, spero).
Se non volete aspettare che un editore legga e forse scelga il vostro libro, perché avete una fretta assurda di pubblicarlo subito. Se non vi fidate degli editori tradizionali e volete arrangiarvi da soli. Se i vostri genitori o amici hanno soldi da spendere e vogliono investire su di voi. Se non volete un editore perché non amate gli intermediari e volete essere gli unici a guadagnare dal vostro lavoro.
In tutti questi casi, e in molti altri, credo che la soluzione migliore sia autopubblicarsi, magari con un crowfunding. Informatevi, guardatevi intorno, leggete bene le offerte che vi capitano davanti agli occhi, sia per il cartaceo sia per il digitale. Dovrete comunque pagare (ma probabilmente meno) e vendere il vostro libro da soli, ma almeno eviterete di ingrossare le tasche di gente, gli EAP, che non fa altro che prendervi in giro. E passerete per uno/a che ha voglia di darsi da fare, non di farsi fregare.

Corollario 1: «WOW, ho trovato un editore onestissimo che mi pubblica il libro gratis
Un editore che pubblica gratis il vostro libro è onesto quanto il padrone della pizzeria che non si fa pagare dal pizzaiolo, ma neanche lo paga. Bene ma non benissimo.

Corollario 2: Nel magico mondo dell’editoria ci sono molti soggetti che offrono servizi importanti agli autori. Valutazione dei testi, editing, correzione bozze, riscrittura se necessario, indirizzamento verso le giuste case editrici o agenzie letterarie. Sono personeche fanno un lavoro e magari trascorrono un paio di mesi a leggere e correggere il vostro libro per dargli una forma più compiuta e facilmente vendibile. E questi, siamo tutti d’accordo, vanno pagati. Ma non sono case editrici e non pubblicheranno il vostro libro. Sono il corso di lievitazione naturale che il pizzaiolo paga a sue spese per fare margherite più gustose e digeribili, sperando così di trovare lavoro in un ristorante di buon livello con uno stipendio di tutto rispetto.

 

2) Per farsi pubblicare bisogna avere le conoscenze giuste.

Questo è verissimo e sono pronta a sottoscriverlo con il sangue. Il punto è dove mettere l’accento nella parola “conoscenze”. Chi pensa alle raccomandazioni, è fuori strada. Chi ritiene che basti avere un amico in casa editrice per farsi pubblicare, forse dovrebbe rivedere la sua definizione di amicizia. Il lancio di un libro (incluso tempo per la selezione, impaginazione, editing e correzione bozze, stampa e distribuzione, ufficio stampa, promozione ecc.) costa all’editore minimo 6000 euro. Probabilmente di più. Ora, non so che amici abbiate voi. I miei mi vogliono bene, ma credo che nessuno di loro dall’oggi al domani sarebbe pronto a tirare fuori 8000 euro così, perché gli sto simpatica. Essere ammanicati può aiutarvi a essere letti più in fretta degli altri (diciamo in tre-due-uno-boom! mesi anziché in dodici o più), ma, se il vostro manoscritto non convince, verrà ugualmente scartato.

 

Allora, cosa si intende per conoscenze?
È molto romantica l’idea dello scrittore chiuso in soffitta fra pareti color pastello e carte polverose, intento a vergare con la stilografica pagine di sicuro successo. Oppure quella dello scrittore al bar, a prendere appunti su un taccuino sgualcito mentre ingurgita un daiquiri dietro l’altro, se siete amanti di Hemingway. Ma la realtà è un po’ diversa.
Aspetta che ho giusto in mente un’altra metafora. Se io sono un ragazzino di otto anni che vuole diventare un calciatore professionista, giustamente come prima cosa cercherò di giocare a calcio tutto il giorno. Non solo. Per realizzare il mio sogno, che è quello di fare gol in un campionato importante (= scrivere e pubblicare un libro) devo anche adattarmi a sessioni infinite di addominali e flessioni, imparare a correre nel modo giusto, memorizzare gli schemi, studiare anatomia e conoscere il funzionamento del mio corpo per evitare di farmi male, scoprire e rispettare le regole del gioco. E questo ancora non basta a diventare professionista: per fare quel salto devo conoscere le caratteristiche degli altri giocatori e degli allenatori, capire qual è il campionato il cui gioco è più adatto alle mie capacità, sceglie il procuratore che può valorizzarmi al massimo. Tutto questo per mettermi in pantaloncini e correre dietro a una palla. In virtù di quale logica, allora, per diventare un autore di successo dovrei scrivere e basta?
Per entrare nel mondo dei libri, la cosa migliore da fare è imparare a conoscerlo. Andare alle presentazioni, agli eventi, alle fiere. Studiare i siti delle case editrici (non tutte, ci mancherebbe, ma almeno quelle che sentite più vicine alla vostra sensibilità), leggere gli articoli e le interviste sui giornali, seguire le conferenze degli addetti ai lavori. Capire chi fa cosa all’interno di una casa editrice, in modo da mandare il manoscritto alla persona giusta e non a indirizzi generici tipo info@tileggofra10anniciao.it Chiedere consigli, studiare i comportamenti altrui, evitare di cadere negli errori più banali. Affidarsi a qualche professionista serio che vi prenda per mano e vi porti a destinazione. Oggi sono infinite le possibilità di entrare in contatto con una qualche realtà editoriale, soprattutto se si è pronti ad avvicinarsi alla montagna invece di attendere che arrivi da voi (a meno che non vi chiamiate Maometto). Provarci non costa nulla e può dare soddisfazioni.

 

3) Quando mandi il manoscritto all’editore, ti rubano le idee.

Fra le tante affermazioni azzardate che si sentono pronunciare sul tema scrittura-pubblicazione, questa è una di quelle che mi fa imbestialire di più. Chi ti ruba le idee, benedetto figliolo, chi? L’editore? Gli altri autori? Mia nonna in carriola? Belzebù in carne e ossa? Dimmelo, una volta per tutte!

La cosa che più mi irrita, in questa frase, è la presunzione nascosta tra le righe. Se sei convinto che qualcuno voglia rubare le tue idee, vuol dire che sei convinto di avere avuto delle idee straordinarie, mai viste prima. Uno ruba la ricetta della Coca Cola che è un successo mondiale, non quella dell’aranciata che fa mio zio Pino in garage e neppure le sue galline si azzardano a bere, giusto? Partire con questo atteggiamento è la cosa più sbagliata del mondo. La scrittura e la pubblicazione sono attività che richiedono sì conoscenza del proprio valore, ma anche umiltà. Si prendono tante, tantissime legnate sui denti, e per di più sei circondato, sempre, da gente che è oggettivamente più brava di te, senza se e senza ma. Quindi abbassiamo tutti la cresta e andiamoci piano, ci sono mille spiegazioni possibili:

  • Quando sei dentro alla storia del tuo libro, ti sembra che tutto il mondo parli solo di quello di cui tu scrivi. È una reazione normalissima, che capita di continuo. Se io domani compro una macchina nuova, diciamo una Fiesta, e faccio un viaggetto da qualche parte, noterò ogni Fiesta che incontro e mi sembrerà che in giro ce ne siano migliaia, cosa di cui mai mi ero accorta prima. Se domani scopro che ho le corna e mi sfogo con gli amici, verranno fuori altri milioni di storie di corna insospettabili. Questo però non vuol dire che la gente si compri la Fiesta o si faccia mettere le corna solo per imitarmi. Con i libri è uguale.
  • In alcuni momenti storici, certi temi sono più caldi che altri ed è normale che in tanti ne parlino. Faccio un esempio. Alla fine degli anni Ottanta, in molti piangevano la scomparsa delle sale cinematografiche di paese: fra questi Giuseppe Tornatore, che infatti scrive e dirige Nuovo Cinema Paradiso. Tornatore inizialmente pensa a Marcello Mastroianni come protagonista. Quindi lo chiama, gli spiega la trama e gli chiede se vuole fare parte del cast. E Mastroianni, sconvolto (ma sempre bello): «Ma io questo film lo sto già facendo con Scola!». Infatti, nello stesso identico periodo, mentre Tornatore dirige Nuovo Cinema Paradiso, Ettore Scola dirige Splendor, un film sostanzialmente identico nella trama e negli intenti, meno nella realizzazione. Grande successo (dopo un po’) il primo, passato pressoché inosservato il secondo (nonostante Mastroianni e Troisi…). Scola ha copiato Tornatore? Lo escludo. Semplicemente, entrambi hanno captato un cambiamento che era nell’aria, la fine di un’epoca, e l’hanno raccontata. Se io oggi scrivo una storia basata sul fatto che i cellulari e la tecnologia ci condizionano la vita, è plausibile che esistano altri tremila manoscritti simili al mio, ma questo non significa che qualcuno mi abbia rubato l’idea.
  • Qui bisognerebbe fare una riflessione, che io non sono in grado di fare, sul valore dell’originalità al giorno d’oggi. Spesso si ha la sensazione che tutto sia già stato detto, fatto, scritto. Forse è così. D’altra parte Marcel Duchamp i baffi alla Gioconda li ha messi già quasi un centinaio di anni fa, quindi di cosa stiamo parlando?
    Per carità, io credo ancora alla possibilità di inventare qualcosa di nuovo, ma credo anche che ci siano cose più importanti rispetto all’originalità a ogni costo. La chiave, secondo me, non è tanto nell’idea in sé per sé (e cosa diceva Gaber delle idee ce lo ricordiamo tutti…), ma nella sua realizzazione. Se io e Stephen King scriviamo partendo dalla stessa identica idea, otterremo due racconti comunque molto diversi. Se lui ha un’idea bellissima e io gliela rubo, è altamente improbabile che ne tiri fuori qualcosa di meglio di quello che ne avrebbe fatto lui. Se io ho un’idea bellissima e lui me la ruba, ahahahah per favore siamo seri.
  • Parliamo comunque di un mercato, quello librario, in cui non girano chissà quali cifre. Per questa ragione mi sembra un po’ insensato, e anche pericoloso, rubare idee agli altri (quindi fare qualcosa di illegale) per guadagnarci cosa? Cento euro in più? Boh. Secondo me il gioco non vale la candela. Tanto più che, su due soggetti alla pari, ho idea che vinca comunque chi l’idea la sviluppa meglio. E costui, a rigor di logica, dovrebbe essere quello che l’ha avuta, l’ha covata, l’ha rimuginata, l’ha fatta crescere e infine l’ha espressa. Soprattutto in letteratura, le idee sono legate a doppio filo a chi le ha generate. Mi sembra sinceramente difficile riuscire ad appropriarsi di un’idea altrui al punto da farla propria e andare avanti come se niente fosse.
  • Nonostante quanto detto finora, è comunque possibile che succeda. Magari un autore ha davvero avuto un’idea straordinaria, l’ha incautamente confessata a qualcuno, questo gliel’ha sottratta e si è arricchito alle sue spalle. È una situazione traballante da molti punti di vista, ma non escludo che possa capitare. A quel punto però l’autore defraudato, se è certo del misfatto, dovrebbe poter avere i mezzi per dimostrarlo e riprendersi ciò che è suo.

Il furto intellettuale esiste, nessuno lo nega. Ma è l’eccezione e non la regola. Soprattutto, un editore non ha alcun interesse a rubare le vostre idee, se sono ben espresse, e regalarle a qualcun altro. Gli conviene molto di più scegliere voi, a quel punto.

 

Chiudo questo post infinito con due piccoli aneddoti personali che riguardano quest’ultimo tema.

Aneddoto 1. Nel 2012, quando ho firmato il contratto con l’agenzia letteraria che mi segue, non avevo ancora in mente di scrivere un romanzo. Mi piaceva molto di più l’idea di dedicarmi a libri di varia, la cosiddetta non-fiction; pensavo a manualetti divertenti su temi frivoli. In particolare mi ero dedicata a un progetto a me molto caro, un volume grondante nostalgia in cui avrei raccontato le cose che esistevano quando eravamo piccoli e che ormai non esistono più. Una su tutte: il gettone telefonico.
La mia agente è andata a proporre la mia idea agli editori, che le hanno risposto: «Ehm, carino, ma questo libro lo sta già facendo Francesco Guccini». Anzi, Guccini non ne ha fatto uno ma due, splendidi e straconsigliati: Dizionario delle cose perdute e Nuovo dizionario delle cose perdute.

Cosa puoi fare quando tu sei un’illustre sconosciuta, la “Carneade, chi era costui?” di turno, e per puro caso ti ritrovi ad avere la stessa idea di un mostro sacro? Pigli e ti metti da parte, perché giustamente tutti (io per prima, in questo caso) preferiscono ascoltare lui che te.
Capito, cucciolo di scrittore esordiente che devi ancora nascere e che fra quarant’anni vorrai fare lo stesso libro che sto già facendo io? Non t’azzardare. (No, non penso che fra quarant’anni diventerò come Guccini, è solo per dire che il tempo è una ruota che gira.)

Aneddoto 2. Questa è una cosa piuttosto imbarazzante. Il mio libro, Il colore dei papaveri, è uscito nel marzo 2016. Qualche mese dopo, sono andata a presentarlo in un paesino lombardo, dove peraltro ho avuto un’accoglienza splendida (fiori, torte, baci e abbracci, domande splendide, mamma che meraviglia). Parlando con la mia bravissima interlocutrice, lei a un certo punto mi ha detto: «Ma sai che il tuo libro mi ha ricordato Borgo Propizio di Loredana Limone?».

Incuriosita, sono andata a procurarmi il libro e l’ho letto (è molto bello, ne riparlerò presto). Giuro che in alcuni punti sentivo le gocce di sudore scendermi lungo la schiena e no, non era una bella sensazione. Nel libro della Limone c’è un presunto fantasma, come nel mio. E soprattutto anche lì aleggia la figura di Gianni Morandi, a cui il mio Gianni Tassi è giusto leggermente ispirato. Solo che Borgo Propizio è uscito nel 2012, quando ancora io mi trastullavo con i gettoni del telefono.
Fatte salve queste due macroscopiche – almeno, così mi sono apparse – coincidenze, sono due romanzi diversissimi: nella trama, nei personaggi, nello stile. Non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Eppure questi due punti in comune ci sono, e curiosamente erano quelli per cui, quando li ho inventati, mi sentivo più originale: un fantasma finto! Gianni Morandi! Grande Manu, che idee pazzesche che hai avuto!!

Eh sì.

Conclusione. Appena ho finito di leggere Borgo Propizio, non ho potuto far altro che scrivere all’autrice e raccontarle che, mio malgrado, avevo infilato nel mio romanzo alcuni elementi che anche lei aveva messo nel suo. Non l’avevo letto, non potevo saperlo, ero completamente ignara. Però l’ho fatto.
Credo che anche lei sappia che queste cose possono succedere e che abbia capito la mia innocenza. Per lo meno, non è ancora venuta ad aspettarmi sotto casa con una spranga. Cosa di cui le sono molto grata.

 

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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