I libri del mese – Gennaio 2018

In questo gennaio un tantino faticoso (eh ma finirai anche tu prima o poi…), mi sono concessa il lusso non solo di leggere tanto, ma soprattutto di leggere libri belli. Ne è uscita una selezione a dir poco curiosa, molto variegata, anche un po’ “‘ndo cojo cojo”, ma comunque di qualità.

 

Mauro Covacich, La città interiore, La nave di Teseo, 2017

«Trieste è il campanello che fa salivare anche senza carne. Sembra che la patria risuoni lì, dove è sempre sul punto di svanire.»

Cos’è Trieste? La città di Italo Svevo e Umberto Saba, Claudio Magris e Gillo Dorfles, da cui sono passati anche Franz Kafka (nelle vesti di agente assicurativo) e James Joyce, Sigmund Freud (vi studiò il sesso delle anguille) e Rainer Maria Rilke. La città che nessuno sa collocare a occhi chiusi sulla cartina: dev’essere vicina a Trento, a scuola le citavano sempre insieme. Anzi no, sarà ai confini con l’Austria. Beh, di certo è più su di Venezia. Trieste è italiana, slava, austroungarica; a due passi da Praga, eppure profondamente mediterranea (oltre alla bora ci sono le spiagge con gli ombrelloni: a Trieste non fa solo freddo).
Con la Prima guerra mondiale è entrata a far parte del territorio italiano (ma era già stata romana e veneziana); la seconda l’ha vista prima tedesca, poi slava, quindi americana – nuovamente italiana a partire dal 1954. È uscita ammaccata da un conflitto che, soprattutto in quest’area, ha assunto i tragici toni di una lotta “tutti contro tutti”: fascisti italiani contro fascisti slavi, comunisti italiani contro comunisti slavi, e troppa insensata violenza. Nella città confine per eccellenza, quella che dovrebbe separare noi da loro, sapere chi sono loro e chi siamo noi diventa sempre più complesso.
Cos’è Trieste per chi ci è cresciuto nella seconda metà del Novecento, con gli echi della vicina guerra jugoslava? Mauro Covacich cerca di capirlo e spiegarlo in un libro che in realtà avrebbe dovuto essere un documentario, ma del progetto originario conserva la potenza visiva. Contrariamente a quanto si legge sulla copertina, non lo definirei un romanzo (anche se potremmo star qui ore a parlare di cos’è o non è un romanzo…) quanto una sorta di memoir, individuale e collettivo: frastagliato, espressivo, potente. Un mosaico di aneddoti, luoghi (o meglio, non-luoghi) e personaggi ai limiti dell’immaginario, che generano un grande senso di smarrimento (ma davvero è successo tutto questo? Sì, l’ho studiato; sì, lo sapevo, ma… davvero?) e al contempo emanano un fascino irresistibile, furioso.
Fra le storie narrate da Covacich, piccoli gioielli racchiusi fra le pagine, le mie preferite sono quella di Antonio Bibalo, compositore triestino totalmente ignorato in Italia ma diventato un divo in Norvegia, e quella in cui Kafka si improvvisa ghostwriter di una bambola, per rassicurare la piccola proprietaria che l’ha persa e se ne dispera. Ma ce ne sono molte altre nella Città interiore. La letteratura esiste ancora ed è una cosa meravigliosa.

 

Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, Minimum Fax, 2016

«Mia madre dice che ho la capacità di fulminare le lampadine con lo sguardo e di invertire il moto dei pianeti, anche se io non ho mai voluto dei superpoteri e non sono una calamità naturale.
Però a volte credo davvero di essere un’eroina, soprattutto se penso a come ho reagito quando mi si è fratturata l’anca: non ho mai raccontato a nessuno come è successo; detesto lamentarmi e questa è la forza che mi tiene insieme.»

Aurelio, fidanzato storico di Caterina, ha provato insieme a un socio a dare vita a un locale notturno. Le cose non sono andate come previsto e, per sopravvivere, ha dovuto trasformarlo in un night club: persino Caterina, dopo anni di danza classica, si è ridotta a fare la spogliarellista. Almeno finché Aurelio, durante una litigata furiosa per motivi di gelosia, non l’ha mandata a sbattere violentemente contro il muro, rompendole l’anca.
Probabilmente in seguito a una soffiata, la polizia indaga su un giro di droga e prostituzione all’interno del night club: il socio scappa in Sudamerica, Aurelio finisce in prigione. Caterina lo va a trovare, una volta alla settimana, poi esce dal carcere e va a fare l’amore con il poliziotto che l’ha arrestato. Ma la situazione è più complessa di quello che sembra, e forse capire chi ha tradito chi non è poi così fondamentale.
Cleopatra va in prigione è un romanzo duro, con uno stile cesellato (che lavorone) e incisivo, privo di sbrodolamenti di alcun genere. La cosa che più mi è piaciuta è l’affresco tratteggiato dall’autrice delle periferie romane (siamo in zona Pietralata, nord-est della capitale), un mondo affascinante in cui si affastellano slanci picareschi e desolazione, criminalità e speranze, affetti e perversione.
Ha anche il merito di dimostrare che si può scrivere una storia densa e intensa in poco più di cento pagine. L’ho letto in un pomeriggio, con grande soddisfazione.

 

Francesca Genti, Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza, Harper Collins, 2018

«Milano di notte
Vorrei essere la slava del metrò
che combatte gli albanesi attaccabrighe.
la ragazza kamikaze poesia
che ti uccide e si sfracella in quattro righe.»

Francesca Genti ha il dono (e il mestiere) di trovare la poesia in ogni cosa del quotidiano: il supermercato, le code in autostrada, gli uffici postali, l’asilo «desolato a fine estate». Nella sua tavolozza ci sono tutte le tonalità: il giallo esplosivo della vita (e della Cina), l’azzurro intenso del cielo pomeridiano, il grigio delle tangenziali,
i colori fluo, meglio se glitterati, il rosso del sangue, il nero degli abissi.
Da quando la conosco, ho visto Francesca inventare mazzi di tarocchi, realizzare quadri coloratissimi, aprire una casa editrice di poesia per cui cuce a mano tutte le copertine di tutti i libri, fare la Tagesmutter. Mi ha sempre stupito la sua capacità di guadagnarsi da vivere inventando i mestieri più assurdi: se mi dicesse che ora lavora come intagliatrice di mele acerbe, lo troverei del tutto normale. A volte me la immagino in un mondo bidimensionale tipo videogioco, circondata da biscotti a forma di animale e unicorni, mentre in cielo brilla «un gelato a forma di sole (il vero sole ha meno colore / il vero amore / non ha le nocciole»).
L’inventiva con cui affronta la sua vita diventa originale e divertente cifra stilistica delle sue poesie. Nei suoi componimenti ci sono bimbe urbane, preghiere a una Maria «piena di grazia / di casini / di birra / di kebab», gioia esplosiva e desolazione, distruzione e autodistruzione, angoscia sul lago e illuminazioni davanti al banco dei surgelati, cartomanti e gatte nere, bacche di goji e Putin, geishe danzanti e insetti che si ribellano alle piante, ago e filo con cui rammendare «l’affetto verso il mondo / il nido / il maglione bucato. / Il manto dell’edera / le parole rosso sangue / il futuro il presente il passato. / Voglio provare a intenerire il creato».
E soprattutto c’è tanto amore, con tutte le sue luci e ombre, l’estasi e il rancore, l’arcobaleno e le lamiere. L’amore per le amiche e per gli uomini (quell’amore che, come mi ha insegnato, «se non c’è è un problema, se c’è – spesso – anche»), per i genitori, le nonne mai conosciute, i figli. L’amore che è una bestia: la «più calda», la «più feroce», ma soprattutto quella «che ci salverà».

 

Zerocalcare, Kobane Calling, Bao Publishing, 2016

Ammetto di essere in ritardo, molto in ritardo. La prima parte di questo fumetto è uscita sull’«Internazionale» di gennaio 2015; il volume completo, nella primavera del 2016. Ne hanno già parlato tantissimo tutti gridando al capolavoro (e, soprattutto, esaltando la virata della produzione di Zerocalcare verso l’impegno civile). A mia discolpa posso dire che, fin da quando è uscito, sapevo già benissimo che Kobane Calling mi sarebbe piaciuto e quindi, secondo un meccanismo un po’ masochistico in cui spesso cado, l’ho tenuto da parte per dedicarmi ad altri libri. L’ho letto solo qualche settimana fa e sì, mi è piaciuto un sacco.
Il volume è il diario di viaggio («nonreportage», lo chiama lui) di due viaggi fatti da Zerocalcare in Kurdistan, la prima volta a qualche centinaio di metri dal confine turco, la seconda nel nord della Siria, fino a Kobane, la città che, negli ultimi anni, è diventata il simbolo della lotta all’Isis.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È una testimonianza interessantissima, con qualche micro spiegazione (i classici «pipponi», cit.) che aiuta a capire meglio la situazione geopolitica della zona, senza idealismi ma con tanto, tanto cuore e con profondissima umiltà e umanità. In pieno stile Zerocalcare, ci sono molte pagine in cui si ride (la dipendenza da chai e le lenticchie a colazione sono un esempio, ma non l’unico) e moltissime in cui ci si emoziona.
Vorrei dire che è un libro interessante da un punto di vista storico, perché racconta episodi appartenenti a un passato che è sì recente, ma, appunto, è passato.
E invece no, perché giusto qualche giorno fa l’aviazione turca ha attaccato Afrin, cantone curdo del nord della Siria, e sappiamo bene tutti che la storia più è stronza e più tende a ripetersi… motivo in più per andare a leggere o rileggere Kobane Calling e toccare con mano quel sentimento devastante che scorre nelle sue pagine.

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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