Ode alla tristezza fuori tempo

Oggi, nel bel mezzo della giornata, sono stata colpita da un’ondata di tristezza tanto impetuosa quanto immotivata. Mi guardavo attorno e mi sembrava che tutti quelli che passavano per la strada avessero più ragioni di me di essere felici – e sapere che non era affatto vero non faceva altro che accrescere il mio malumore.

Mi sentivo come un marciapiede scrostato e pieno di crepe da cui esce l’erba, quelli con tutte le buche che poi la gente inciampa e fa causa al comune.

Il cielo, grigio e assente, mi ha osservata per un attimo come a dire: «Ah no bella mia, guarda che io non c’entro con le tue paturnie, prenditela con chiunque ma non con me», poi si è girato dall’altra parte.

M’è venuto in mente che è proprio da pirla sentirsi tristi il giorno dopo il Blue Monday, il giorno più triste dell’anno. Tanto valeva stare male ventiquattr’ore prima, così almeno sarei stata in buona compagnia e avremmo potuto essere tristi tutti insieme, piangerci un po’ addosso e farci forza a vicenda. Mal comune mezzo gaudio, lo dice anche il proverbio.

Questo mio pessimo tempismo in ambito umorale mi ha fatto ricordare di quando lavoravo in una casa editrice, circondata da colleghe che stavano sempre male il lunedì e bene il venerdì. Una, in particolare, era pazzesca. Ogni volta che, a inizio settimana, avevo la pessima idea di chiederle: «Come va?», lei, le spalle ingobbite, gli occhi fissi al suolo, a fatica rispondeva: «Eh, da lunedì». Quattro giorni più tardi, invece, esclamava pimpante: «Bene, è venerdì!». Sempre un po’ guardandomi come se fossi scema, altrimenti non avrei mai fatto delle domande tanto idiote.
Io spesso, davanti alle sue risposte, avrei voluto bastonarla, ma confesso che in fondo un po’ l’ammiravo, per via di quell’orologio svizzero emotivo che si portava nel cuore.

Poi ho pensato che, da scrittrice, non avrei dovuto farmi scappare quello stato d’animo tanto prezioso, anzi: dovevo provare a immergermi, a sdilinquirmi nella mia tristezza e tirare fuori finalmente un bel pezzo grondante malessere. Anche per dimostrarmi una volta per tutte di essere fuori dalla sindrome di Pollyanna, che va sempre tutto bene e andrà ancora meglio e che bello quanto siamo tutti felici mamma che gioia.

Quindi, quadernetto alla mano, mi sono messa di buzzo buono a tentare di sviscerare la mia tristezza sulla pagina. Solo che più ci provavo e più mi venivano in mente situazioni grottesche,
tipo gente triste in maniera caricaturale che poi diventa comica, e queste immagini più che rattristarmi mi facevano… insomma, quella roba lì.

Ridere.

Per tentare di sviare le risate, ho abbandonato il taccuino e mi sono messa a fare un cruciverba della Settimana Enigmistica. Era uno schema difficilissimo, con un sacco di definizioni bastarde, ma io le sapevo tutte e l’ho fatto bene al primo colpo, senza cancellature né sbavature di penna sulla pagina, e a quel punto ero talmente soddisfatta che mi sono sentita quasi…

Felice.

Ecco fatto.

Mi sono distratta un attimo e tutto quel ben di dio di tristezza che mi sentivo addosso se n’è andata. Proprio nel momento in cui mi serviva di più, e proprio così come era arrivata: immotivatamente. E non vale il fatto che, a quel punto, fossi triste di non essere più triste: non era quella l’emozione che volevo. Sospirando, con un pugno di mosche in mano, non m’è rimasto altro da fare che chiudere il quadernetto e lasciar perdere. Niente pezzo triste, niente inchiostro che scorre come lacrime sulla pagina, niente crogiolamenti nel dolore, niente strusciamenti sulla sofferenza come un cane su una carogna, niente righe di grande spessore esistenziale.

Vaffanculo, Pollyanna. Vaffanculo.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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