Cinquina – Women Power

Per puro caso mi è capitato di leggere, nell’arco di pochi mesi, i bei libri di cinque autrici che stimo molto. Per questioni di praticità, ho pensato di riunirli tutti in un unico post. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con quote rosa, letteratura femminile e altre definizioni che mi danno la stessa identica sensazione di quando, da bambina, finivo a gambe nude in un fosso pieno di ortiche (succedeva spesso, sì): prurito, bruciore e odio profondo.
La letteratura, quando è tale, non ha bisogno di altri attributi. Così come l’umorismo, del resto, o l’ironia, o il cazzeggio. E con i libri di cui parlo qui sotto, vi assicuro, ci si diverte, ci si emoziona e ci si interroga a prescindere dal sesso di appartenenza.

 

Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 1990

«Un padre e una figlia eccoli lì: lui biondo, bello, sorridente, lei goffa, lentigginosa, spaventata. Lui elegante e trasandato, con le calze ciondolanti, la parrucca infilata di traverso, lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea.
La bambina segue nello specchio il padre che, chino, si aggiusta le calze bianche sui polpacci. La bocca è in movimento ma il suono delle parole non la raggiunge, si perde prima di arrivare alle sue orecchie, quasi che la distanza visibile che li separa fosse solo un inciampo dell’occhio. Sembrano vicini ma sono lontani mille miglia.»

Il primo motivo per cui scrivo questo post è quello di consigliare cinque libri belli. Il secondo è il mio amore infinito per Dacia Maraini, un tesoro inestimabile che noi (noi italiani, dico) abbiamo in casa e, come spesso succede in questi casi, tendiamo a ignorare, dando per scontato che sia lì da sempre e lì per sempre rimarrà. Io la Maraini vorrei vederla ogni giorno, ascoltarla ogni giorno, leggerla ogni giorno. Questa donna a otto anni era in un campo di concentramento in Giappone; tornata in Italia ha iniziato a scrivere, ha fatto la hostess e mille altri lavori per mantenersi, ha fondato un teatro, è stata la compagna di Alberto Moravia e andava in vacanza con Pasolini… no davvero, iberniamola, cloniamola, facciamo qualcosa per tenercela in eterno!
La sua prosa mi fa l’effetto… avete presente quelle scene di film o cartoni in cui un personaggio attraversa uno scenario cupo, grigio, e invece al suo passaggio tutto si anima, le cose prendono colore, sbocciano i fiori, gli uccellini cinguettano, la gente è felice e la vita diventa più bella? Ecco, quell’effetto lì.
La Maraini ha la capacità di far cantare le parole, di far risuonare ogni lettera. Possiede un lessico enorme, meraviglioso, mai banale, che ti fa rinnamorare riga dopo riga della lingua italiana.
Sono stata a lungo indecisa su quale libro consigliare, perché sono moltissimi i suoi titoli che amo, da L’età del malessere a Bagheria a quelli più nuovi. Ha vinto Marianna Ucrìa (la storia di una ragazzina costretta, nella Sicilia del Settecento, a sposare un suo aguzzino, la quale trova il proprio riscatto nella lettura) per due ragioni: la prima è che mi sembra imprescindibile; la seconda è che giusto lo scorso ottobre, dopo ventisette anni che è in commercio, ha tagliato il traguardo del milione di copie vendute, cifra che il 99,99% degli scrittori mondiali non vede neanche con il binocolo. Checché se ne dica, la letteratura è ancora viva e vegeta. Grazie anche agli scrittori come Dacia Maraini.
Idea regalo: Un milione di italiani ce l’ha già, ma gli altri 59 milioni ne sono sprovvisti. Sceglietene uno a caso e regalateglielo.
Numero della Smorfia: 63 – La sposa.

 

Alicia Giménez-Bartlett, Giorni d’amore e inganno, Sellerio, 2011

«Era una storia senza corpo, senz’anima, senza mordente. Personaggi dai nomi improbabili si aggiravano senza sosta in scenari urbani. Amori, disamori, passioni non corrisposte, solitudine. Uno schifo. Niente che la interessasse o riuscisse a emozionarla. Così, dal divano dov’era seduta, Paula gettò via il libro, che cadde con la costola all’insù. Sembrava una piccola tenda canadese.»

Nel mezzo del deserto messicano c’è un villaggio dotato di ogni comfort, creato per ospitare le mogli degli ingegneri e dei tecnici impegnati, in un cantiere a qualche ora di distanza, nella costruzione di una diga. I mariti le vanno a trovare tutti i fine settimana, ma dal lunedì al venerdì le donne sono sole e devono impegnarsi il più possibile per non essere sopraffatte dalla noia. Anche perché tutto intorno non c’è nulla, se non un paesino poco raccomandabile e un bordello di cui però sono tenute all’oscuro.
Manuela, la moglie del capo, è la più attiva nell’organizzazione di feste ed eventi: dirige le mogli nel villaggio come suo marito dirige gli uomini in cantiere. Susy è una giovane americana con una madre a dir poco soffocante, che sta ancora cercando la propria natura. Victoria, professoressa di chimica, sembra la più positiva ed equilibrata… ma, appunto, sembra.
E poi c’è Paula, l’ultima arrivata, aspirante scrittrice fallita scivolata nell’alcolismo.
Quando una delle donne si innamora, ricambiata, del marito di un’altra, prevedibilmente scoppia un casino non da poco.
La Giménez-Bartlett è famosa soprattutto per i suoi gialli con protagonista la detective Petra Delicado. In effetti anche in questo romanzo, che a prima vista vira verso il rosa, ci sono sfumature intrigantissime da delitto della stanza chiusa. L’atmosfera è claustrofobica, i personaggi ben delineati (menzione speciale per Dario, il giovane factotum del villaggio), la tensione palpabile. Difficile smettere di leggere una volta che lo si inizia.
Idea regalo: Un’amante (o un amante) del teatro.
Numero della Smorfia: 21 – La donna nuda (in senso figurato, lo dico subito così non ci restate male).

 

Elizabeth Strout, Tutto è possibile, Einaudi, 2017

«L’indomani mattina, sabato, Patty passò l’aspirapolvere prima al piano di sopra, poi di sotto, cambiò le lenzuola, fece il bucato e controllò la posta, gettando via cataloghi e pubblicità varie. Poi andò in centro a fare la spesa e comprò anche dei fiori. Era da parecchio che non comprava fiori freschi per la casa. Per tutto il giorno ebbe la sensazione di avere un pezzo di caramella gialla, tipo una mou, appiccicata in fondo alla bocca, e sapeva che quella dolcezza segreta era prodotta dalle memorie di Lucy Barton.»

La stessa identica sensazione di «dolcezza segreta» è quella che ho provato io leggendo questo libro: un testo concentrato, ricercato, misurato, senza una parola di troppo (il «Wall Street Journal» lo definisce «perfetto» e mi viene da dire che ha ragione).
Siamo ad Amgash, un paesino dell’Illinois circondato da campi di mais e di soia, a più di due ore d’auto da Chicago. Qui, in mezzo alla miseria e in una famiglia molto complessa, è nata Lucy Barton, ragazzina che, grazie al suo talento, riesce a frequentare il college e poi a trasferirsi a New York, dove fa la scrittrice. Quando viene pubblicato il suo ultimo libro, una sorta di memoir, i suoi ex concittadini si affrettano ad accaparrarselo e rivivono, nelle sue pagine, le loro vite.
Trovo straordinario come l’architettura del romanzo ruoti attorno a un libro di cui il lettore non sa nulla (a meno che non abbia già letto l’opera precedente della Strout, Mi chiamo Lucy Barton appunto, cosa assolutamente non necessaria per godersi Tutto è possibile), che diventa il perno attorno a cui vortica una giostra di storie che tratteggia un racconto corale, sulla scia dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson.
Sono storie di uomini e donne ammaccati dalla vita e dal tempo, dalle passioni e dal caso, e per questo profondamente umane. D’altronde, come Patty la grassona, uno dei personaggi più riusciti del libro, tenta di spiegare a un’amica: «Siamo tutti quanti un casino, Angelina, e anche se ce la mettiamo tutta, amiamo in modo imperfetto, Angelina, ma va bene così».
Elizabeth Strout è una scrittrice straordinaria, nel 2009 ha vinto il Premio Pulitzer con la raccolta di racconti Olive Kitteridge, insomma non c’è bisogno che ve la consigli io. Dico solo che provo una certa invidia per chi ancora non ha letto Tutto è possibile e si accinge a farlo, perché regala una soddisfazione pari a quella di camminare per primi su una distesa di neve fresca e intonsa, lasciando ovunque le proprie impronte.
Idea regalo: Ideale per chi ama le imperfezioni e il loro rassicurante calore.
Numero della Smorfia: 85 – Le anime del Purgatorio.

 

Simona Vinci, Parla, mia paura, Einaudi, 2017

«Da bambina sognavo di possedere un forziere nascosto negli abissi. Non era il contenuto a interessarmi, non me ne fregava niente delle perle, dei dobloni, degli anelli e dei tesori eventualmente custoditi al suo interno. Era il forziere in sé che m’interessava. Uno scrigno segreto, nascosto, del quale solo io conoscevo l’ubicazione precisa. Lo immaginavo ricoperto di alghe e coralli, scrostato e rosicchiato dalle creature marine, dalle correnti e dal tempo. Era il simbolo dell’indipendenza, della capacità di sopravvivere in solitudine, il posto in cui avrei potuto conservare le cose più preziose che sempre avevano a che fare con il tempo, anche quando erano oggetti: un sasso, una piuma, una pigna, un seme. Non avrei mai immaginato che in quel forziere mi ci sarei ritrovata rinchiusa.»

La Società Italiana di Psichiatria stima che, nel nostro paese, il 12,5% della popolazione soffra di depressione. È una percentuale altissima, che tradotta in cifre significa 7.500.000 persone. Una questione gigantesca, con risvolti medici, sociali ed economici da tenere in considerazione. Eppure di ansia, depressione, panico, si parla poco, e infatti c’è ancora chi confonde questa malattia per una transitoria (ed evitabile) fase di tristezza: «Ma sì, esci, divertiti, conosci gente, vedrai che poi ti passa…». E invece no, non funziona così.
Lo spiega benissimo Simona Vinci in questo libro breve ma prezioso, e lo fa nel modo più sincero e coraggioso: aprendosi il petto e lasciando parlare la propria paura (che bella l’invocazione del titolo). Nelle prime pagine la troviamo sola a casa, intenta ad appendere al soffitto la corda con cui ha intenzione di impiccarsi; nelle ultime, alle prese con un compagno e un figlio.
È una storia a lieto fine? No, perché l’autrice sa benissimo che la paura può tornare in qualsiasi momento (quella più atroce e paralizzante: non la paura di una cosa in particolare, per esempio dei ragni, ma la paura ingiustificata di tutto) e che per la depressione una guarigione totale non esiste. «Puoi imparare a convivere con le fluttuazioni dell’umore, sapere che molto probabilmente il nero passerà, impari molte strategie per distrarti e canalizzare altrove l’attenzione, impari la pazienza. Ma sai anche che c’è qualcosa dentro il tuo corpo. Qualcosa dentro la tua testa. Qualcosa che a seconda di come lo immagini può essere solido e avere una forma, oppure al contrario essere un vuoto, un buco. Un buco in cui, da un istante all’altro, senza preavviso, puoi tornare a precipitare.»
E allora perché scrivere un libro senza remissione, senza catarsi? Lo spiega alla perfezione la Vinci: «Ogni piccola vita, con i suoi eventi minimi, ha qualcosa da dire alle altre vite; ogni vicenda umana è, in qualche modo, di chiunque voglia condividerla». Lasciar parlare le proprie paure invece di cercare di zittirle, gettare luce nelle proprie caverne, sapere che non si è soli: sono passi faticosi da compiere ma fondamentali, per se stessi e per gli altri.
Idea regalo: Qualcuno che non si vergogna delle proprie fragilità.
Numero della Smorfia: 90 – La paura.

 

Laura Mango, Quanti dolori, giovane libraia!, 001 Edizioni, 2017

Questo post invece una catarsi ce l’ha: è gentilmente offerta dal libro di Laura Mango e dalla sua copertina, che ha il merito di ribadire che qua non è tanto una questione di quote rosa, casomai di quote fucsia.
Prima di conoscere il blog dell’autrice, ero caduta vittima di un luogo comune largamente diffuso nei master in editoria, ovvero che le librerie fossero ancora luoghi sacri e respingenti. Come un incallito peccatore non osa entrare in una cattedrale, così chi ha poca dimestichezza con la lettura si vergogna di entrare in una libreria, mi spiegavano. Si tratta insomma di un luogo per pochi eletti, l’inaccessibile culla del saper…
«Ma va’» m’ha interrotto Laura quando mi ha sentito dire questa fesseria, «io e i miei colleghi passiamo metà delle nostre giornate a spiegare ai clienti che l’entrata e l’uscita sono nella stessa porta!».
Caduto ogni mito diventa chiaro che il lavoro in libreria, come tutte le attività a contatto con il pubblico, offre un gran quantitativo di episodi al limite della realtà che si prestano a essere raccolti in un cosiddetto stupidario. Fra nomi storpiati e titoli improbabili, accuse di connivenza con i poteri forti e richieste di consigli a dir poco campate in aria, la gamma delle gag offerte dai clienti è ampia e interessante. C’è quello che si vanta di non conoscere Roberto Saviano, quella che ritiene i libri di Tea Stilton inadatti alle bambine (le amiche della protagonista hanno un fidanzato e persino un lavoro, ommioddio!), quelli che stanno in libreria solo per l’aria condizionata, quello che cerca un libro per l’amante, quella che vuole un manga per aiutare il figlio a liberarsi «dalla cultura giudaico-cristiana del senso di colpa»…
Nel libro si trovano una marea di vignette davanti a cui è impossibile trattenere un sorriso; due riassunti fumettosi di grandi successi narrativi contemporanei; le chicche (sempre in vignetta) di colleghi librai che testimoniano che tutto il mondo, almeno quello delle librerie, è paese; e l’immancabile excursus sui magazzinieri, muscolosi e impenetrabili figuri che sembrano costituire un irresistibile richiamo per il pubblico (soprattutto femminile) del blog di Laura Mango.
Per chi si appassiona alle avventure della giovane libraia, segnalo anche il primo libro di vignette uscito l’anno scorso (I dolori della giovane libraia, sempre per 001 Edizioni). Per gli interni, ovviamente, ma anche in questo caso la copertina non è stata fatta per passare inosservata…
Idea regalo: Posto che prima o poi la figura da pirla la facciamo tutti, direi che il libro è perfetto per chi ha voglia di ridere e sa farlo anche di sé.
Numero della Smorfia: 19 – La risata.

 

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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