Ambo – Animo!

Stavolta parlo di due libri a cui tengo moltissimo, perché in un certo senso li ho visti nascere: io ero l’amica molesta delle mamme, quella che non riesce a tenere ferme le mani e deve a tutti i costi appoggiarle sulla pancia per sentire se il piccolo là dentro scalcia.
Gremboom e Limiti hanno molte caratteristiche in comune: sono stati scritti da persone che hanno saputo, ognuna a modo suo, reagire in maniera brillante alle difficoltà (e parliamo di difficoltà serie, non «Oddio non trovo parcheggio» o «Mannaggia domani piove»); trasmettono energia, positività, voglia di fare; propongono uno sguardo diverso sul mondo che conosciamo.
Entrambi gli autori sono alla loro prima prova narrativa, ma mi hanno molto colpito la freschezza e la consapevolezza con cui hanno saputo raccontare le loro storie: potenti, vere, emozionanti. Credo sia notevole anche il fatto che, da soli, sono riusciti a trovare due editori seri, non a pagamento, che hanno creduto nelle loro storie trasformandole in libri. Alla faccia di chi dice che per un autore esordiente è impossibile farcela.


Francesca Capelli, Gremboom, Il Ciliegio, 2017

«Davanti a me il medico ha il mento appoggiato sulle mani incrociate, vedo le maniche del camice bianco e una bocca non più giovane che si muove. Parole come “neoformazione”, “massa”, “asportazione”, “approfondimenti”, “diagnosi”…
Penso: “Ma come? Cosa sta dicendo ‘sto perfettino pelato? In che senso? Se qualcosa è stato messo lì, dobbiamo capire perché, qual è la sua natura, da dove viene e chi ce l’ha messo!”.
Continuo a fissare quella bocca parlante mentre, in un misto di delusione e sgomento, sparo candida: – Cos’è, un tumore?
Il primario, finora appoggiato coi gomiti alla scrivania, sobbalza all’indietro come Satana spruzzato dall’acqua santa, l’infermiere dai capelli rossi e arruffati prende una cartella clinica tra le mani e temporeggia.
Mi sento una stupida: ho scomodato extraterrestri, dimensioni parallele e nascite per intercessione dello Spirito Santo quando probabilmente si tratta di un tumore. “Tumore… Tu more… Tu… more… Tu muori! Eh, ma che razza di malaugurio è? Un gravissimo ammonimento in stile poetico?”
Se dipendesse da me, provvederei immediatamente a cambiare nome, l’attuale non è sicuramente di buon auspicio.»

Achiropita Vinci (il suo nome, racconta la protagonista, significa «non fatta da mano umana») ha trentadue anni quando scopre di avere un tumore. I medici le spiegano che si tratta di un tipo di sarcoma molto raro e altrettanto bastardo. Sconfiggerlo è difficile tanto quanto è facile intuire che si ripresenterà. Stordita dalla notizia, Aki tenta di imbastire un dialogo con questa massa che le cresce nel grembo: la chiama Gomez, le chiede come mai sia lì e, soprattutto, perché non se ne voglia andare. Ma Gomez non risponde e alla protagonista non resta che sottoporsi al consueto iter: chemioterapia, interventi e via dicendo, fino al ritorno alla normalità.
Un anno dopo, Gomez si ripresenta e Aki decide che, non trovando certezze di guarigione nella medicina tradizionale, preferisce considerare la faccenda da un altro punto di vista e inizia un illuminante viaggio alla scoperta di sé stessa e delle proprie possibilità.
La storia si chiude nel 2015, quando Francesca/Achiropita smette di scrivere e dà inizio alla ricerca di un editore. Lo trova: il suo libro sarà pubblicato nell’autunno del 2017. Purtroppo però Gomez ha fretta; è un ospite sgradito e cafone, che non sa aspettare e pretende pure di dettare le regole. E, negli ultimi giorni di dicembre del 2016, se la porta via.
Francesca era una persona di una positività rara. Era affascinante, tenace, simpaticissima. È stata convinta fino all’ultimo che sarebbe guarita: forse non qui sulla Terra, ma in un’altra dimensione. Immagino che a suo modo avesse ragione e, quando ci penso, la vedo sempre in situazioni in cui può finalmente sprigionare tutta la sua libertà ed euforia: a piedi nudi sulla sabbia; in mezzo a un prato, sdraiata sull’erba; vicino a un falò in piena notte, incurante del freddo.
È stata capace di scrivere un libro divertentissimo su una cosa per cui, diciamolo, non ci sarebbe davvero un cazzo da ridere. E fra queste pagine ho ritrovato la sua voce: una voce frizzante e originale che ora può raggiungere anche chi non l’ha mai conosciuta.
Idea regalo: Qualcuno che ha la pessima abitudine di lamentarsi di tutto: potete scegliere se regalarglielo, tirarglielo in testa o entrambi.
Numero della Smorfia: 45 – Il vino buono (per brindare alla vita).

 

Federico Blanc – Roberto Bruzzone, Limiti. Cronaca riflessa di un viaggio “gamba in spalla”, Edizioni dei Cammini, 2017

«Vivere con una menomazione, qualunque essa sia, si può fare. Forse non si vive un gran che bene, ma si può.
Si finisce con lo sviluppare altre competenze che non solo bilanciano le carenze ma aiutano anche a maturare un carattere e una determinazione in grado di spingere ciascuno di noi a raggiungere sempre più traguardi e a superarli fino ad arrivare a infrangere i propri limiti, imparando a godere di ogni secondo, di ogni istante, senza farsi invischiare nella trappola delle lamentele sterili e inconcludenti e chissà… forse riuscire a sentirsi “normali”.»

Nel 2000 Roberto Bruzzone ha un brutto incidente in moto, che lo porta all’amputazione di una gamba. Ha poco più di vent’anni, ma reagisce con grande determinazione. Appassionato sportivo, sceglie di dedicarsi al trekking con l’ausilio di una protesi. Già nel 2007 inizia a compiere le imprese che l’hanno reso famoso: l’ascesa del Gran Paradiso, del Kilimangiaro, dell’Aconcagua; la traversata dell’Islanda e del deserto del Namib. All’inizio del 2015 è in Perù, dove ha intenzione di percorrere duemila chilometri a piedi, in totale autogestione, sulle Ande.
Fra i molti ammiratori che seguono il suo diario di viaggio sul sito Robydamatti.it c’è anche Federico Blanc, che ha una storia simile alla sua: dopo una caduta durante un volo in parapendio e cinque anni di dubbi e dolore, nel 2012 subisce l’amputazione di una gamba. I due si conoscono durante un Walk Camp organizzato da Bruzzone sull’Appennino Bolognese, sorta di seminario di camminata dedicato a disabili e persone con difficoltà motorie, e diventano amici.
Federico però non si limita a leggere a distanza le imprese di Roby in America Latina: le interiorizza, le commenta, le rielabora, le completa. Insomma le riscrive, dando vita a un corpo narrativo in cui le avventure dell’amico si intersecano con il suo percorso di guarigione, fisica e interiore.
Il risultato è un libro «scritto a quattro mani e due gambe», come lo definiscono gli autori (che cosa preziosa, l’autoironia), di una forza straordinaria. Un momento di riflessione profonda che incita all’azione, che sprona a darsi da fare nel miglior modo possibile, a prescindere dai risultati. Come dice una bella frase di Gilbert Keith Chesterton citata dagli autori all’inizio del libro: «Se una cosa merita di essere fatta, merita di essere fatta male». La ricerca ostinata di una perfezione ideale (e in quanto tale irraggiungibile) è una scusa che spesso ci si inventa per evitare di mettersi in gioco o per paura di soffrire. La storia di Roberto e Federico insegna invece, fra le altre cose, che “fare” è più importante di “fare bene”.
Il cammino, inteso non solo come azione fisica ma anche come metafora della vita, è uno dei temi principali del libro, anche se la parte del protagonista, come suggerisce il titolo, spetta ai limiti. Capire quali siano e dove si trovino i propri limiti, conoscerli, è il modo migliore per affrontarli e guadagnare terreno, spostandoli un passo dopo l’altro sempre un po’ più in là.
Oltre alle storie eccezionali dei due autori e alla scorrevolezza del testo, ciò che più mi ha colpito in queste pagine è la loro umiltà. Federico e Roberto non propongono soluzioni semplici, non la fanno facile, ma affrontano e raccontano con coraggio tanto le loro piccole-grandi vittorie, quanto la sofferenza e la disperazione che in alcuni momenti hanno provato. Non hanno la pretesa di insegnare qualcosa o dettare regole, ma solo il desiderio di condividere le loro esperienze. Personalmente ho imparato molto dalle loro pagine (oltre ad aver rischiato in più occasioni di prenotare un biglietto solo andata per il Perù, spinta dall’euforia del racconto), ed è per questo che lo consiglio a tutti.
Idea regalo: L’amico/a che coltiva da tempo un progetto ma non ha il coraggio di farlo partire.
Numero della Smorfia: 72 – Lo stupore, la meraviglia.

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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