Memorie di un’ex mangiatrice di unghie

Alla fine a parte il caffè abbondante alla mattina, il cioccolato e le sigarette; a parte lo spritz e il vino e i cappelletti in brodo; a parte il tennis, la scrittura e i libri; a parte le giuggiole e Maledetta primavera, si può dire che io non abbia poi tutte queste dipendenze. Potrei fare di peggio, anche senza metterci troppo impegno, ma alla fine mi contengo.
Eppure qualche mese fa, spinta da non so quale slancio (fra l’altro i buoni propositi si farebbero a settembre o tutt’al più a gennaio, non so perché mi sia venuto in mente di redimermi in pieno luglio), ho deciso di liberarmi di uno dei miei vizi: ho smesso di mangiarmi le unghie.

La leggenda narra che io abbia dato inizio a questa pratica nel lontano 1988, quando è nata mia sorella: forse per accoglierla al mondo con tutta la serenità del caso.
Negli anni passati, in più occasioni, avevo già cercato di uscirne ed era stato facilissimo. Talmente facile che poi ho ricominciato. (Io ho dei problemi con le cose semplici, questo va detto.)
Poi l’estate scorsa, durante il viaggio in Indonesia, ho pensato che fosse opportuno evitare, almeno per quelle tre settimane, di infilarmi le mani in bocca. Di batteri in giro ce n’erano già a sufficienza, non era il caso di andarseli a cercare. Così ho fatto, e sono arrivata alla fine della vacanza con delle unghie lunghissime, mai viste – non su di me almeno. Per la prima volta nella mia vita, mi sono trovata a pensare: “Non avrò mica bisogno di una manicure?!”.

Il difficile, tornata alla vita di tutti i giorni, è stato imparare a gestire questa nuova situazione. Non mangiarmi più le unghie non è un problema: il problema, dopo trent’anni, è accettare la loro esistenza e far sì che non diventino pericolose per me e per gli altri.

Le unghie crescono. Mi rendo conto di dire una banalità, ma mettetevi per un attimo nei panni di una che, a lungo, non si è dovuta confrontare con questa realtà, se non per i suoi lati positivi (più unghie = più roba da sgranocchiare).
Le unghie crescono e questo, a dirla tutta, a volte mi fa anche un po’ schifo: è davvero normale che ci sia della roba che esce dalle mie dita?
Le unghie crescono, si vede giorno per giorno, e a un certo punto qualcosa bisognerà fare, prima che la situazione degeneri da almeno due punti di vista: quello estetico («Oddio ho delle unghie lunghissime, guarda che roba, non mi posso vedere così!» «Manu, saranno sì e no tre millimetri, forse puoi aspettare ancora un po’…») e uno che definirei di sicurezza personale, mia e altrui. Non posso continuare a fingere di avere un gatto per giustificare i graffi che mi ritrovo in faccia un giorno sì e uno no. E non posso neanche rischiare una denuncia per aver sfregiato chi ha fatto l’errore di avvicinarsi più del dovuto. Due millimetri di unghie in più cambiano tutto, nella vita di una persona. E poi dicono che le dimensioni non contano…

Tutte queste considerazioni mi hanno condotta a una nuova scoperta: le unghie si devono tagliare. È un’operazione per molti indolore, indifferente, che si liquida in pochi minuti. Per me no: per me è un trauma. Ci penso tutto il giorno, anzi fin dalla sera prima: “Domani mi devo tagliare le unghie, ma cosa m’è venuto in mente di smettere di mangiarle, già la vita è difficile di suo, che bisogno c’era che me l’andassi a complicare così tanto…”.
Io affronto il taglio delle unghie con un misto di ansia e orgoglio, come se al liceo mi avessero ammesso alle Olimpiadi di Matematica.
«Se sono qui è perché me lo merito, perché ho lottato per farcela», mi dico, guardando con un’ammirazione libera da ogni falsa modestia la non più tanto sottile striscia bianca con cui terminano le mie unghie.
«Ma se invece, proprio ora che sono alla prova del nove, salta fuori che non sono in grado?» mi dispero poi in preda all’ansia, già con le forbici in mano.
Alla fine mi concentro, faccio un bel respiro e via. Finora m’è andata bene: le dita le ho ancora tutte.

La questione però è ancora più complessa. Perché dopo il taglio delle unghie c’è un passaggio successivo, il più difficile in assoluto, a tal punto che non riesco neppure a pronunciarlo e, per introdurlo, mi trovo costretta a utilizzare una immagine brutalmente scaricata da internet:


Le unghie vanno anche limate.
Non è una fatica sovrumana, un trabocchetto gigantesco? Passi avere delle unghie, passi che crescono, passi pure che vanno tagliate… ma la lima? Ma stiamo scherzando? Ma chi se l’è inventata ‘sta cosa?

Mi viene anche in mente che, come l’immagine sopra e quella sotto suggeriscono, su questo tema siamo tutti vittime di una delle più grandi illusioni sociali del secolo (questo, quello prima, quello dopo e gli altri tutti intorno). Io sono cresciuta vedendo ovunque, dalle sit-com alle vignette della «Settimana Enigmistica», immagini di gente sfaticata e distratta intenta a limarsi le unghie pur di non lavorare. Il caso più esemplare, come si può notare, è quello della segretaria che, invece di occuparsi delle scartoffie che ingombrano la sua scrivania, si dedica in questo modo alla cura del suo corpo.

 

E io qui non ci sto. E io qui protesto. Perché davvero sono disposta a credere a un sacco di cose, Babbo Natale e compagnia bella, ma non mi rassegno all’idea che tutti, ma proprio tutti tutti, riescano a limarsi le unghie senza problemi. Io non ce la faccio, è una cosa che non capisco. A me viene da tenere ferma la lima e muovere la mano, tanto per iniziare. La sensazione dell’unghia che sfrega su quella roba mi fa orrore. Non capisco mai quando un’unghia è a posto e posso passare alla successiva. E poi è un’attività impegnativa, che richiede concentrazione, precisione, coordinazione, forza fisica, pazienza, tenacia. Sudo meno in palestra dopo mezz’ora di tapis roulant che a casa con il riscaldamento spento e la lima in mano, per dire. Ma soprattutto alla fine, dopo ore di fatica e sofferenza, quando penso finalmente di essere giunta a un buon risultato, mi guardo e mi sembra tutto uguale a prima. Se non peggio. Davvero, esiste qualcosa di più frustrante?

Volevo quindi approfittare dell’occasione per chiedere scusa una volta per tutte alle segretarie che si limano le unghie, vittime di uno stereotipo ingiustificabile. Ragazze, amiche, io sono con voi. So quanto è dura fare quello che voi state facendo, e per questo non posso che manifestarvi tutta la mia solidarietà. Prendetevi pure tutto il tempo che vi serve, dimenticate impegni e agende, riunioni e telefonate, e occupatevi delle vostre unghie con tutta la tranquillità del caso. Poi, con calma, quando avete finito, venite qua e datemi una mano con le mie, perché io non ce la posso fare.

 

(Dimenticavo: avere delle unghie ha anche dei lati positivi. Per esempio ora, a soli 37 anni, riesco a sbucciare un mandarino da sola, senza chiedere aiuto a nessuno. È un traguardo importante, ma sto cercando di rimanere umile.)

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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