Quaterna – Belli freschi

Premessa: in questa pagina trovate alcuni suggerimenti relativi a libri che mi sono piaciuti molto. Non sono necessariamente originali, così come le mie considerazioni del resto. Non si tratta di recensioni: sono solo felice di suggerire dei testi per me validi. Se un libro non mi piace non ne parlo, mi maledico (in silenzio) per averlo comprato e ne cerco un altro. Essendo in clima natalizio, aggiungo a ogni titolo una Idea regalo (ovvero a chi regalarlo in particolare: resta scontato il fatto che sono tutti straconsigliati a tutti) e un Numero della Smorfia: senza alcun fondamento scientifico, solo perché sono pirla e mi diverto con poco. Chiaro che se poi vi giocate i numeri al lotto e vincete, mi spetta una percentuale.

I libri di questo primo round sono “belli freschi”, ovvero pubblicati da meno di dodici mesi: un lasso di tempo inferiore alla stagionatura minima del parmigiano, per capirci.

 

Federico Baccomo, Anna sta mentendo, Giunti, 2017

«Se è vero che, dall’età della pietra in poi, ogni periodo storico è stato semplificato in qualche suo carattere fondamentale, la nostra è senza dubbio l’età dell’informazione. Un flusso incessante in continuo accumulo che alimenta un bisogno via via più assiduo e insaziabile di informazioni, sia da ricevere che da produrre. Social network, sistemi di messaggistica, l’onda intera del web: una corrente di miliardi di miliardi di parole in continuo movimento da un terminale all’altro che capovolge il paradigma della riservatezza: nel sistema ipercomunicativo la protezione di sé evolve in esposizione di sé, l’uomo privato cede il passo all’uomo pubblico.»

Nonostante non mi sia mai capitato, neppure per sbaglio, di pronunciare correttamente il suo nome al primo colpo (Baccòmo si chiama, Baccòmo con l’accento sulla o), Federico Baccomo è un autore a cui sono particolarmente legata perché il suo primo romanzo, Studio illegale (2009), è stato il libro che mi ha veramente fatto pensare: “Così! Così! Quello che voglio scrivere io è esattamente così!”. Poi in realtà ho scritto tutt’altro, ma non c’entra: quell’ispirazione per me è stata preziosa.
Ci sono almeno tre cose che mi piacciono di Baccomo: l’umorismo, la disinvoltura nella scrittura e la voglia di sperimentare. Dopo gli avvocati di Studio illegale e La gente che sta bene; l’ex star del Grande Fratello Nicola Presci di Peep Show; il cane Woody che è talmente figo da meritarsi il nome in copertina come titolo del quarto libro; ora è la volta di Riccardo Merisio. Un ragazzo comune, che come molti si è trovato ad affrontare un periodo nero contrassegnato da eventi infelici: la morte del padre, le preoccupazioni per la madre, la brutta fine di una storia d’amore. Poi viene assunto alla Dedala, un’azienda che si occupa di ricerche in vari ambiti, e qui conosce Anna, con cui intreccia una nuova relazione. Le cose sembrano volgere al meglio, finché una sera una curiosa applicazione si insinua nel suo cellulare e trasforma il noto Whatsapp in un inquietante Whatstrue, software in grado di distinguere verità e bugie nei messaggi. Ne nasce un vortice di menzogne che coinvolge un po’ tutti: i protagonisti, l’autore (Federico sta mentendo, ma è troppo simpatico per non perdonarlo), forse anche i lettori.
Da questa intuizione si dipana la trama del romanzo: molti l’hanno lodata per la sua originalità, a me sembra sinceramente un’idea «a portata di mano» (come dice Baccomo in questa bella intervista), di cui si è già parlato e sicuramente si parlerà ancora. Ciò che invece trovo davvero molto originale, e intrigante, in Anna sta mentendo, è il campo e le modalità di azione della Dedala, oltre a qualche gustosissimo spunto di riflessione su libri, lettura, scrittura, parole. Se poi sia preferibile una verità a ogni costo a una bugia a fin di bene o viceversa, è una questione su cui sta ai lettori interrogarsi: con ogni probabilità, la risposta giusta non è una sola.
Idea regalo: Indubbiamente l’amico/a che passa le giornate a chattare su Whatsapp. Così, giusto per fargli prendere un po’ di strizza.
Numero della Smorfia: 43 – Donna (pereta) al balcone: pettegola, maldicente.

 

Eraldo Baldini, Stirpe Selvaggia, Einaudi, 2016

«Quando scorrazzavano nei boschi e sui dirupi che costituivano il loro universo selvaggio, lanciavano le stesse grida di furore e di guerra che avevano sentito durante il Wild West Show. Grida che, non addomesticate e costrette sotto il tendone di un circo, squillavano libere e vere.
– Come gli indiani? – chiedeva Amerigo quando stavano per buttarsi in qualche scorribanda o avventura.
– Come gli indiani! – confermava Mariano, e col fango, l’erba, la ruggine delle pietre o il sugo di qualche bacca si dipingevano le guance e la fronte, un’unzione che aveva il valore di un sacramento barbaro e profano.
»

Si lamenta spesso la quasi totale sparizione dei generi dalla narrativa italiana contemporanea. È vero: a parte qualche raro caso (un po’ di gialli, qualche rosa, pochissimi fantasy) non ce n’è traccia. Infatti non è poi così raro sentir chiedere, a proposito di un libro: «Cos’è, un giallo o un romanzo?», come se i due termini fossero in antitesi.
Il primo, grande merito di Stirpe selvaggia è, a mio avviso, quello di testimoniare che i generi esistono ancora, che sono vivi e vegeti e no, non sono in contraddizione con la letteratura, anzi. In netta controtendenza rispetto a molta narrativa attuale, Baldini dimostra che l’azione, l’avventura, la Storia con la S maiuscola e il folklore possono ancora meravigliosamente convivere in un’opera di narrativa. Insomma, se anche in un romanzo succede qualcosa non è detto che sia un male: sembra una constatazione banale, ma non lo è.
In questo romanzo storico e d’avventura, fresco di vittoria al Premio Manzoni di Lecco, l’autore mette in scena la vita di un paesino dell’Appennino Romagnolo, fra personaggi caratteristici ed esseri misteriosi, riti e tradizioni, amori e ingiustizie, paura e voglia di rivalsa. Qui vivono tre bambini, Amerigo, Mariano e Rachele, legati da un’amicizia unica e indivisibile che non li abbandona con il passare degli anni, ma cresce e si trasforma insieme a loro. Ognuno segue la propria natura, o forse il proprio destino: Rachele diventa maestra d’asilo; Mariano mette su famiglia e si lascia suggestionare dalle lusinghe gerarchiche del nuovo potere fascista; Amerigo scappa, si nasconde sui monti, conduce l’esistenza irrequieta di un animale braccato. Forse è in fuga da sé, o forse non è capace di piegarsi alle logiche dell’ordine costituito. D’altronde, si vocifera, suo padre potrebbe essere niente meno che Buffalo Bill… Ma il sangue che scorre nelle sue vene è ancora più selvaggio di quello dei cowboy: Amerigo sente che la sua razza sono gli indiani. Mariano, nonostante abbia fatto delle scelte di vita diverse, non è da meno. E così, al momento del bisogno, i due amici ormai uomini si riuniscono e rinnovano quel loro “sacramento barbaro e profano”, ora non più per gioco.
Da comprare e leggere subito. All’istante. Ora. Siete ancora qui?
Idea regalo: Lo zio/il babbo/l’amico cresciuto a pane, sogni a occhi aperti e fumetti Bonelli.
Numero della Smorfia: 24 – Le guardie, la legge.

 

Matteo B Bianchi, Maria accanto, Fandango, 2017

«- No, cioè, vuoi dire che la Madonna ti appare per nessun motivo preciso che non sia quello di farti una visitina ogni tanto?
– Sì. Come un’amica.
Va bene credere alle apparizioni divine, ma forse questo per Luchino è troppo. Non riesce a farsene una ragione.
– Mah, non so Betty… Mi sembra talmente assurdo…
– E lo è. Eppure, ti giuro, che gliel’ho chiesto più volte…
– … anche perché è strano che abbia deciso di apparire proprio a te. Senza offesa, eh? Però ammettilo: non vai a messa da tipo dieci anni, a volte parli come uno scaricatore di porto, non hai fatto un secondo di volontariato in vita tua, il tuo interesse principale è andare in disco il sabato sera e poi, volendo, sei anche un po’ zoccola.
– Ma infatti, gliel’ho detto.»

Facciamo che dico subito che è un libro della Madonna, così mi cavo dalla mente questa battutaccia orrenda e possiamo andare oltre. Un libro anche sulla Madonna, volendo: non religioso ma rispettoso; originale e ironico, delicato e divertentissimo.
Maria (ebbene sì, proprio lei) compare all’improvviso nella vita di Betty, una ragazza milanese che conduce una vita del tutto normale: vive con la madre, ha un fidanzato, il sabato sera va a ballare con gli amici, ama lo shopping. L’unica cosa che la distingue dai suoi coetanei è un lavoro a tempo indeterminato come assistente di un dentista. Una bella fortuna a venticinque anni, ma forse non sufficiente ad assicurarsi una manifestazione divina… Difatti, come la Madonna spiega a Betty (quando questa riesce finalmente a non svenire appena se la trova davanti, reazione peraltro più che giustificata), non l’ha scelta per nessun motivo, né si aspetta qualcosa da lei: vuole semplicemente diventare sua amica, condividere la sua vita per un po’.
Fra le due si crea un rapporto molto intimo: Betty la porta ai concerti, da H&M per rifarsi il look (bello l’abito bianco con il manto azzurro, per carità, ma in alcuni contesti anche un jeans con un maglioncino hanno il loro perché), alle sue serate con gli amici. Le chiede se esistono gli alieni, mentre la Madonna si pone altri interrogativi, per esempio: «Cos’è Facebook?». Ci scappa anche un litigio, seguito da una provvidenziale rappacificazione, ma come vada a finire e in che misura l’apparizione di Maria cambi la vita di Betty non è questione in cui addentrarsi ora. Vale la pena procurarsi il libro di Matteo B Bianchi (scrittore e autore televisivo, fra l’altro anche di X Factor) per scoprirlo. Nel frattempo, potete tranquillamente angosciarvi al pensiero di: “E se capitasse a me?”.
Idea regalo: Azzarderei la zia molto religiosa a cui, da un numero immemorabile di Natali, regalate solo sciarpe e creme per il corpo alla lavanda. Se protesta, fatele presente che se ne è parlato anche sull’«Avvenire» e che persino la Diocesi di San Miniato gli ha riservato un’ottima recensione.
Numero della Smorfia: Facilissimo. 8 – La Madonna.

 

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017

«Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia del Professore. La gioia, l’orgoglio, l’amore del Professor Lorenzo Ciabatti. Che lo sappiate tutti – paesani, poveri, invidiosi – guardateci passeggiare nel corso, io e lui vicini vicini, oh, papi, e voi che vi fermate a salutarlo, e lui che vi risponde con un semplice cenno del capo, come il papa, come dio, lui che risponde alle vostre celebrazioni, tenendo per mano la sua bambina. Solo lei. Solo me. La più amata.»

Confesso la mia ignoranza: fino all’uscita di questo libro, di Teresa Ciabatti conoscevo il nome e poco più. Poi c’è stato un tale polverone attorno a La più amata che, pur non essendo sempre sul pezzo, mi sono dovuta accorgere che c’era in ballo qualcosa di grosso.
Due cose in particolare mi hanno colpito: un paio di interviste in cui, a proposito del suo ruolo di madre, la Ciabatti con grande candore dichiarava: «Io e mia figlia ci stiamo simpatiche…», e uno splendido articolo pubblicato sul «Corriere» in cui chiamava Paolo Cognetti (vincitore del Premio Strega 2017 con Le otto montagne, nonostante La più amata sia stato a lungo il titolo favorito) «il Nemico». In entrambi i casi, l’autrice è stata subissata di critiche e insulti. Eppure, a una lettura anche solo vagamente non superficiale, non c’era traccia di astio né di irresponsabilità nelle sue parole: solo un forte senso di inadeguatezza e, soprattutto, una sincerità disarmante. Lì per lì m’è persino scattata una molla tipo di istinto materno o non so che. Avrei voluto andare da lei, abbracciarla e dirle: «Dai Teresa, vieni via. Non scrivere ‘ste robe che non ti capiscono, smetti di farti del male».
Non l’ho fatto, non fosse altro perché non la conosco, ma sono corsa a procurarmi il libro. L’ho divorato in un giorno e mezzo e, appena l’ho chiuso, ho dovuto combattere con la voglia di ricominciare da capo a leggerlo. Anche fra le pagine di La più amata ho ritrovato una sincerità quasi disturbante, unita ad atmosfere pop e a quel disagio che si prova davanti al racconto di un’infanzia deformata, violata. Eppure di violenza non c’è traccia. Viene anche auspicata, più volte: la violenza esplicita, brutale, che possa giustificare tutti gli errori e le macchie di una vita che non quadra.
A deformare il racconto, a renderlo grottesco, è invece il potere, pubblico e privato, che sprigiona da un uomo: il padre della scrittrice, Lorenzo Ciabatti. “Il professore”, primario chirurgo all’ospedale di Orbetello, venerato come una divinità da pazienti e compaesani. Legato a Licio Gelli, forse coinvolto nel tentato golpe Borghese, amico di politici e uomini importanti, il Professore sa e soprattutto può tutto. E non c’è nulla che non farebbe per sua figlia: la piccola Teresa, «la più amata».
È un libro scritto con ironia, un ritmo suadente, persino una sorprendente leggerezza. Racconta la storia autobiografica di una bambina viziata (qui l’istinto materno mi è un po’ passato) che diventa un’adolescente insoddisfatta e poi una donna incompleta; sullo sfondo, la vita di provincia, con i suoi splendori pacchiani e le sue miserie nascoste come la polvere sotto i tappeti. È un gioco di potere a cui prendono parte personaggi che non si possono perdonare, ma ai quali è impossibile non sentirsi in una certa misura legati. Forse perché, come insegna un vecchio detto, quando punti un dito verso qualcuno per condannarlo, altre tre dita rimangono puntate verso di te.
Idea regalo: Qualcuno che non è sopravvissuto, se non a fatica, alla propria adolescenza. Non dovrebbe essere difficile da trovare, alla fine capita un po’ a tutti.
Numero della Smorfia: 2 – La bambina. Ma tenterei anche il 29 – Il padre dei bambini.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

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