Back to school

Dal 2016 collaboro con un’associazione culturale del mio paese che, fra le altre cose, organizza un concorso letterario chiamato Io racconto. Il mio compito è quello andare nelle scuole e far vedere ai bambini che gli scrittori esistono davvero. Confesso che, quando me l’hanno proposto, ero un po’ titubante: non mi capita spesso di avere a che fare con individui la cui età va dai 9 agli 11 anni e temevo di non riuscire a entrarci in sintonia. Poi invece ho pensato: “Ma sì senti, proviamo, che sarà mai…”. E ho fatto bene, perché sono stati tutti incontri diversi fra loro, ma ognuno, a suo modo, tremendamente interessante e divertente.

La cosa che più mi ha colpito è la quantità di interrogativi che i bambini sono riusciti a rivolgermi: da trenta a settanta all’ora (SETTANTA!), preparati in precedenza con le maestre oppure improvvisati lì per lì. Ma se i numeri sono impressionanti, il contenuto lo è ancora di più. Oltre alle questioni più classiche («Hai mai scritto un libro per ragazzi? Hai mai scritto un libro di avventura? Di quante pagine è il libro più lungo che tu abbia scritto?»), sono saltate fuori domande veramente fantastiche. Eccone alcune:

– Bambina, 10 anni: «Perché la maestra ci ha detto che dobbiamo considerarti una giovane scrittrice?».
Giustamente, con trent’anni in meno di me, faceva abbastanza fatica a capire dove fosse tutta questa gioventù… La maestra è diventata bordeaux dalla vergogna, io sono scoppiata a ridere e poi ho risposto, cercando di parafrasare una splendida frase detta da Andrea Camilleri durante un suo incontro: «In Italia fino ai cinquant’anni sei considerato una giovane promessa; dai cinquanta ai settanta, un coglione dell’età di mezzo; dopo gli ottanta, un venerabile maestro».

– Bambino, 11 anni: «Qual è il tuo youtuber preferito?».
Qui in realtà me la sono andata a cercare. Ho giocato sporco: per attirare la loro attenzione ho confessato di aver collaborato alla realizzazione dei libri di alcuni youtuber, e da lì hanno iniziato a tempestarmi di domande su questioni lontane anni luce da me (o meglio, solo anni, però tanti: aveva ragione la bambina della prima domanda). «Ma ti piace questo? Ma quella la conosci? Non seguirai mica quell’altro…!» A un certo punto ho dovuto dire: «Ragazzi, sono vecchia, andiamo oltre con le domande». Mica potevo ammettere che su YouTube guardo solo i video di Raffaella Carrà e le puntate di Siamo fatti così.

– Bambina, 10 anni: «Hai mai pensato di scrivere una tua autobiografia?».
Oddio, di cose da dire volendo ce ne sarebbero, comunque… «Be’ sai, per fare un libro del genere bisognerebbe aver avuto una vita molto particolare, che interessa a tante persone. Se scrivo io un’autobiografia, chi se la compra?»
Lei: «Io! Io la comprerei subito!»
Volevo approfittarne per tranquillizzare i genitori della bambina che da allora non l’hanno più vista: sta bene, me la sono portata a casa io e non ho intenzione di rilasciarla.

– Bambina, 11 anni: «Che lavoro vorresti fare se non facessi la scrittrice?».
«La GELATAIA!»
«Però preferisci così, no?»
«…»
«Cioè, sei più contenta a fare la scrittrice, no?»
«…»
«Ehi?»
«Sì sì, certo, sì» ho risposto, pensando alle soffici volute del cioccolato abbracciato al pistacchio, entrambi sormontati da una montagna di panna montata. Sigh.

– Bambino, 10 anni: «Ti consideri una brava scrittrice?».
Azz’ che domanda difficile. Il rischio è quello di sembrare o una falsa modesta, o una piena di sé. Nel dubbio, ho scelto la seconda: «Be’, brava, oddio, insomma… comunque sì». Non bravissima, non eccellente, men che meno la migliore, ma brava discreta, brava che fa il suo. Ho poi tentato di spiegare che il mio sì non dipende da un eccesso di autostima, ma da una consapevolezza che nasce dall’amore per i libri: se mi accorgessi che quello che scrivo fa cagare, nella vita dovrei fare altro. Che poi, ahimé, è anche il motivo per cui non faccio la tennista di professione.
Non convinto, un altro bambino della stessa classe ha voluto saperne di più e mi ha chiesto: «Che voto ti daresti come scrittrice?». Ho optato per un 6 ½ – 7, allego testimonianza.

 

– Bambina, 9 anni: «Posso scrivere un racconto con delle persone vere?».
Io (credendo si riferisse a compagni di classe, familiari ecc.): «Bisogna fare attenzione a inserire persone reali e riconoscibili, potrebbero capirlo e offendersi…»
«No ma io veramente pensavo a Obama e Donald Trump.»
Ah.

– Bambino, 9 anni: «Ma tu nei tuoi romanzi fai mai delle inferenze?».
Ma che, scherzi? Io faccio inferenze tutto il giorno, mica solo quando scrivo. A volte ne faccio già un paio la mattina appena sveglia, perché a stomaco vuoto le inferenze vengono meglio. Anzi, è proprio una cosa che consiglio a tutti, dopo due inferenze ci si sente subito meglio.
«Sì» ho risposto. E poi ho pensato che, l’ultima volta che ho sentito pronunciare la parola “inferenza”, quella in quinta elementare ero io. Ce n’è voluto di tempo per dimenticarmi tutte le cose belle che mi avevano insegnato!

– Bambina, 9 anni: «Se i tuoi figli ti dicessero che vogliono fare gli scrittori, gli incoraggeresti?».
Certo che sì, per esempio mandandoli a sedici anni nei campi a raccogliere pomodori per fortificare la loro motivazione.

– La mia preferita in assoluto. Bambina, 10 anni: «Quanti libri hai scritto?».
«Uno» ho risposto, intendendo ingenuamente solo Il colore dei papaveri e non quelli scritti per lavoro.
Ora, seriamente, non so dire quanto mi dispiaccia non essere in grado di descrivere a parole tutto il disgusto e l’indignazione che sono comparsi sul suo volto a quel punto. «Uno solo?!?!» ha esclamato inorridita, poi si è rivolta alla maestra (che nel frattempo cercava di sminuire la questione balbettando: «Ma su, insomma, Manuela è ancora giovane, ne scriverà altri, e poi il suo è un libro importante…») con lo sguardo di chi pensa: “Ma chi è ‘sta sfigata che c’avete mandato in classe?”.
Da lì ho imparato la lezione e conto tutti, ma proprio tutti, i libri a cui ho messo mano, dal 2004 a oggi, e sparo cifre tipo «trenta», «quaranta», «millemila». Ma la lezione più importante che la reazione della bimba mi ha dato è un’altra: se anche uno avesse davvero dei problemi di autostima in eccesso, qualche ora in compagnia con una quinta elementare sono in grado di risolverli. Garantito e funzionante al 100%.

P.S. A proposito di papaveri. «Il colore dei papaveri è un titolo perfetto» dicevano gli agenti e l’editore. «È semplice, funziona bene, resta in mente, non se lo dimentica nessuno.» E infatti… (Anche La margherita non è male, comunque. Ci farò un pensiero per il futuro.)

 

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer