Viaggio in Indonesia (2017)

La scorsa estate sono stata in Indonesia. Era la mia prima volta, non solo lì ma proprio in Oriente: fino a luglio 2016, il mio concetto di Est era Praga. È stato un viaggio zaino in spalla: una corsa contro il tempo per cercare di far stare il più possibile in quei ventun giorni, nella consapevolezza che un’esperienza del genere non si fa tutti gli anni, quindi è meglio approfittarne. (Infatti sono tornata talmente stravolta che, per la prossima estate, ho già prenotato due settimane a Marina Romea e di lì non mi sposto neanche con le bombe.)
Come per i viaggi simili che ho fatto in passato, ho cercato di limitare il più possibile il carico alla partenza (ma quando mai) nella convinzione che avrei potuto acquistare là, a prezzi stracciati, un nuovo guardaroba (ma quando mai). Alla fine ho avuto l’ennesima conferma che indossare per giorni gli stessi indumenti zozzi non è poi così grave…
Siccome al ritorno in molti mi hanno chiesto consigli, indicazioni, persino foto (fingendo di ignorare che sono la fotografa più scarsa che esista sulla faccia della terra: grazie amici, vi voglio bene anch’io), ho pensato di raggruppare qui le tappe salienti della vacanza.

VIAGGIO (24-25/07/17)
Partenza ore 9.45 da Berlino, scalo a Francoforte e poi maxi volo di 12 ore con Singapore Airlines: pareti di velluto, quadri appesi, hostess con divisa splendida, asciugamanini bollenti per detergersi la faccia, abbondanza di cibo, servizio impeccabile. Scalo rapido a Singapore e volo (Sylkair = addio lusso, inizia ad abituarti a quello che ti aspetta) fino a Yogyakarta, sull’isola di Giava.

 

GIAVA
YOGYAKARTA (25-28/07/17)
Arriviamo alle 11 di mattina, ora locale, che a noi sembrano le 3 di notte. Yogyakarta ci appare simile ad alcune città sudamericane, solo più pazza. Il caldo afoso che ci accoglie (per la prima e unica volta in tutto il viaggio), unito al jet lag, ci regala un paio d’ore di rincoglionimento totale. Tempo di riprenderci, abbiamo avuto modo di scoprire che la città è davvero interessante. Cose rilevanti viste/fatte da queste parti:

  • Il Palazzo del sultano (Sultan Palace): consiglierei di andarci la mattina, quando i padiglioni si riempiono di musicisti che suonano melodie tradizionali. La visita al palazzo e ai suoi cortili dura un’ora e mezza, a essere generosi, ma costa appena un euro.
  • Il Water Castle (più water che castle). Era il “giardino delle delizie” del sultano, anche questo visitabile a un prezzo ridicolo. La visita comprende una moschea sotterranea che si sarebbe rivelata piuttosto deludente, se non fosse che abbiamo trovato un matrimonio al suo interno.
  • L’alba a Borobudur, tempio buddista a un’oretta da Yogyakarta. Su 100 turisti che vanno a Yogyakarta, 130 vanno a vedere l’alba a Borobudur, convinti di affrontare l’esperienza più spirituale della loro vita. In realtà si trovano in mezzo a una marea di loro consimili e va a finire che tutti odiano tutti, roba che al confronto corso Buenos Aires a Milano, durante i saldi, è zen. Aggiungerei che la visita all’alba costa molto più di quella diurna (30 euro, un’esagerazione per gli standard della zona) e che quando sono arrivata io, un’ora prima che si alzasse il sole, ho sentito nitidamente un tizio dire alla sua ragazza: «Oh, ho già fatto 34 minuti di video con la GoPro!». A cosa, esattamente, non l’ho capito.
    Insomma, di contro ce ne sono tanti, il pro è uno solo: è davvero un posto splendido, in cui secondo me bisogna andare. Spettacolare anche il fatto che sguinzaglino per il tempio i bambini che studiano inglese, in modo da farli conversare con i turisti. Io sono stata abbordata da due undicenni; abbiamo parlato di danze tipiche, cibo locale e Cristiano Ronaldo. Una tenerezza incredibile.

  • Prambanan, complesso di tempi induisti, anche questo a circa un’ora di distanza da Yogyakarta. Qui di solito i turisti vanno al tramonto; quindi, avendo capito l’antifona, abbiamo optato una visita pomeridiana, al modico prezzo di 22 euro. Consiglio una guida locale, o una connessione internet, o qualche foglio stampato, altrimenti è tutto molto bello ma incomprensibile.

  • Con un’agenzia locale (ViaVia in Prawirotaman) abbiamo fatto un “tour gastronomico”: varie tappe fra ristoranti, baracchini all’aperto, fabbriche di biscotti, cucine ecc. Oltre ad aver mangiato come bisonti, ci hanno riempito di snack dolci e salati che hanno costituito il mio pasto principale per i successivi tre giorni. La cosa più bella è stato avere come guide una ragazza musulmana e un suo amico. Mentre ci scarrozzavano su e giù per la città, li abbiamo letteralmente sommersi di domande sulla vita, l’universo e tutto. Le loro risposte ci hanno aiutato a capire molte cose del posto in cui eravamo. Ora che ci penso: forse ci hanno dato così tanto da mangiare nel tentativo di zittirci…
  • Un massaggio di due ore (DUE ORE) in un centro chiamato Manggo: un posto chic, da turisti, per questo costava ben 17 euro invece che 10. Diciamo che è una di quelle cose di cui, tornata in Europa, sento molto la mancanza.
  • Grandi passeggiate, shopping, mangiate lungo Malioboro, una strada piena di negozi (i centri commerciali meritano una visita), musica, vita. Per i turisti c’è anche Prawirotaman, una strada più piccola e quieta, dove però non si incontra gente del posto (taxisti a parte). Malioboro invece è un delirio per tutti, un caos coloratissimo, un posto splendido.
  • Una serata nel parco Alun Alun Kidul, dietro il Palazzo del Sultano. La piazza, di giorno abbastanza orrenda, la sera si popola di una vita meravigliosa. Sull’erba secca del parco compaiono centinaia di tappeti e tavolini bassi a cui ci si siede per mangiare o bere qualcosa. C’è musica, gente, e tutta la piazza è circondata da macchine a pedali ricoperte da lucine: una trovata che risale al 2006 quando, dopo un terremoto che ha distrutto la città – lasciandola per settimane senza luce e gas – alcuni privati hanno inventato queste vetture per tirare su di morale bambini e adulti.
    In mezzo alla piazza ci sono due grandi alberi, distanti fra loro una decina di metri. Un tempo il sultano sceglieva come soldati solo coloro che, bendati, riuscivano a camminare dritti fra le due piante. Consiglio vivamente di noleggiare una benda per gli occhi e provare, poi mi dite.
  • Grandi corse sui Becak Taxi, mototaxi che guidano come pazzi in mezzo a un traffico folle, facendoti capire che la morte non è poi un’eventualità tanto remota. Purtroppo a Yogyakarta non hanno l’idea che qualcuno possa semplicemente passeggiare: i marciapiedi non esistono e camminare in mezzo alla strada non è un’opzione consigliabile.

 

LOMBOK
KUTA (28-30/07/17)
Arrivate il 28 sera (con volo interno da Yogyakarta, compagnia Lyonair, viaggio buono), purtroppo a Kuta abbiamo passato poco più di una giornata. Ne abbiamo approfittato per noleggiare un motorino e visitare tre spiagge: Tanjung Ahn a est, Selong Belaniak a ovest e Mawun nel mezzo. Purtroppo, essendo arrivate a Selong Belaniak nel pomeriggio avanzato, mi resta il rimpianto di non aver provato la lezione di surf per principianti, 2 ore a 10 euro, con un mare rassicurante anche per chi, come me, l’unica tavola che conosce è quella su cui mangia.


Approfondimento su scooter&co. In Indonesia girano tutti in motorino, non necessariamente con il casco. Se uno ha niente niente un po’ di dimestichezza con il mezzo, è il modo più semplice: costa poco, consuma poco, va dappertutto. Ci sono però un paio di cose a cui fare attenzione:

  • Le multe. Per guidare in Indonesia serve la patente internazionale. Se ti ferma la polizia e sei senza, scatta la multa. Al momento del noleggio nessuno ti chiede né se hai la patente, né se sei mai salito su uno scooter in vita tua, quindi può sembrare una cosa molto freak. Non lo è. Io ho avuto culo e non sono mai stata fermata, ma ad amici fidati è successo. Occhio.
  • Le strade (e chi le abita). Mediamente a Lombok le strade sono abbastanza dissestate, con buche e pezzi non asfaltati, oltre a parecchi saliscendi. Per uno non proprio esperto, ci vuole un po’ a farci l’abitudine: io guidavo ai 40 e mi facevo ridere dietro non solo dagli indigeni, ma anche dai polli. Letteralmente: le strade sono spesso invase o attraversate da polli, mucche, capre, cani e quant’altro. E quando dico quant’altro intendo che una volta m’ha attraversato la strada un varano, con tanto di gallina in bocca. Pensavo di rimanerci.

 

GILI GEDE (30/07-02/08/17)
Partiamo da Kuta la mattina del 30 luglio. Il nostro autista, recuperato tramite l’albergo, si chiama Mohamed ed è musulmano fervente, gran casinaro, molto simpatico e tendenzialmente pazzo. Sulla strada verso la nostra meta, ci fa fermare a Ende (un villaggio sasak piuttosto turistico, ma meno del più famoso Sade), dove per l’occasione provo un combattimento tipico racimolando una gran bastonata da un combattente locale, e in un laboratorio di sartoria, dove scopro che a intrecciare sarong al telaio sono persino peggio che a fare foto.
Gili Gede fa parte di un arcipelago di 12 isole a sud ovest di Lombok. Pur essendo minuscola, è la più grande e selvaggia: ci sono in tutto quattro o cinque hotel, altrettanti villaggi locali, poca elettricità, poca acqua, tanti animali. Qui i varani ti camminano proprio sui piedi, e i gechi hanno dimensioni che voi umani… ma comunque. Le cose più rilevanti fatte sull’isola sono:

  • Snorkeling a manetta.
  • Noleggio canoa e pagaiata in mare. L’acqua è trasparente, basta sporgersi leggermente per vedere tutto quello che c’è sotto: pesci, stelle marine, ricci di mare.
  • Passeggiate sulla spiaggia. Qui non c’è sabbia, ma solo una marea di coralli morti (fra i quali a volte compare qualche altro osso, tipo mascelle di mucca o affini, ma è abbastanza semplice riconoscerli). Un paesaggio surreale. Il mare, fin dalla riva, è strapieno di coralli e stelle marine.
  • Vari tentativi (tutti falliti) di scollinare e vedere il tramonto sulle alture in mezzo all’isola. Una volta siamo finite a casa di uno; un’altra volta, nel mezzo di una mandria di mucche; un’altra ancora, davanti a un cimitero. Pare che la strada ci sia, ma non sono io quella che ve la può segnalare.
  • Massaggi! Massaggi! Massaggi!

 

TETEBATU (02-04/08/2017)
Questo è il momento in cui la storia si tinge di tinte fosche. Color muffa, per la precisione.
Tetebatu è un posto straordinariamente verde, il che significa che piove di continuo, senza sosta, con simpatiche conseguenze tipo niente elettricità, niente acqua corrente (acqua dovunque ma non dai rubinetti, continua a sembrarmi una contraddizione ma è la realtà), muffa sui cuscini e lenzuola sempre un po’ umidicce, che la sera quando ti infili nel letto ti sembra di dormire nelle buste dell’affettato, fra le fette di mortadella.
Il paese si sviluppa lunga un’unica strada e si attraversa in una ventina di minuti, cosa che consiglio altamente di fare perché offre uno spaccato meraviglioso. Gli alberghi sono pochi, i turisti pure, e quando i locali ne incontrano uno impazziscono di gioia. I venti minuti di passeggiata implicano ripetere almeno duecento volte “Hello!” perché tutti, e dico tutti, si sciolgono in una profusione di sorrisi e saluti irresistibili. Se volete scoprire che effetto fa essere una diva del cinema che sfila sul red carpet, Tetebatu è il posto giusto per voi.
Molti lo scelgono come punto di partenza per salire sulla vetta del Rinjani, il vulcano di Lombok. Noi abbiamo preferito un’escursione nelle campagne e c’è andata di lusso (scusate, ho detto lusso: volevo dire culo) perché non solo è stata un’esperienza splendida, ma abbiamo anche visto il sole per almeno mezz’ora. Il giro consisteva in:

  • Passeggiate in mezzo alle risaie a terrazza, su stradine impervie e scivolosissime, ma con paesaggi da favola (a mio parere di gran lunga più belli qui che a Bali).
  • Cascate, torrenti, canali.
  • Pausa caffè in un villaggio, possibilità di fumare il tabacco locale, quasi certezza di farsi venire un infarto vedendo come gli uomini di qui si arrampicano a mani nude su palme alte 10 metri per raccogliere le noci di cocco.
  • Raccolta e battitura riso fra le risate dei locali, sconvolti da tanta inettitudine.
  • Salamandre di dimensioni illegali e ragni che “non ti preoccupare, non sono pericolosi – questi”.
  • Camminata nella foresta con avvistamento scimmie.
  • Pranzo a base di jackfruit al curry e insalata condita con cocco fresco grattugiato.
  • Visita a un laboratorio artigianale di oggetti in bambù.

Poi ha ricominciato a piovere e noi abbiamo passato la notte al freddo, al buio, con le lenzuola fradicie, contando i minuti che ci separavano dalla partenza.

 

SENGGIGI (04-06/08/2017)
Sole, caldo, spiagge, surfisti, birra Bintang al tramonto, massaggi, un tempio carinissimo sul mare (Puta Batu Bolong), cibo buono, hotel super confortevole. Senggigi non è il posto più bello del mondo, ma dopo Tetebatu ci è sembrato un paradiso. Un paradiso asciutto.

 

GILI AIR (06-10/08/2017)
A Nord-Ovest di Lombok ci sono tre isolette: Gili Trawangan, per gli amanti delle feste (e dei turisti che brancolano ubriachi schiamazzando dalla mattina alla mattina dopo); Gili Meno, per chi vuole stare in pace in mezzo alla natura; Gili Air, per gli indecisi che vogliono un po’ e un po’. Io rientro in questa categoria.
Gili Air mi è sembrata fantastica. Un’isola completamente pedonale (fatta eccezione per i cavalli e i pochi motorini elettrici) sulla quale non esistono scarpe: solo piedi nudi o infradito. È piena di baretti ma al tempo stesso tranquilla, con una movida molto rilassata. Camminando piano in riva al mare, godendosi il paesaggio, ci vogliono un paio d’ore per percorrerne tutto il perimetro. Vale la pena farlo, anche più volte, e perdersi nelle stradine all’interno, tanto il posto è piccolo e in un qualche modo se ne esce. La zona sud, vicina al porto, è la più incasinata, mentre tutto il resto è davvero delizioso.
Merita anche aderire a un tour di snorkeling (li organizzano tutti gli hotel e le “agenzie” che si incontrano ogni due metri su qualsiasi strada dell’isola) sulle glass bottom boats. In realtà si tratta di barche di legno il cui fondale in alcuni punti è stato segato e rimpiazzato con una finestra: forse non è la cosa più sicura al mondo, ma è divertente. Il giro prevedeva 4 tappe:

  • Al largo di Gili Meno, per vedere le tartarughe nuotare nel blu dipinto di blu. Una delle cose più emozionanti mai provate in vita mia, giuro.
  • Vicino alla spiaggia di Gili Trawangan, in compagnia di un’altra mega tartaruga che giocava a fare l’animale domestico e osservava i turisti con grande curiosità (e anche molto da vicino).
  • Ancora nei pressi di Gili Meno per vedere il cosiddetto coral garden, un’area ricca di coralli e pesciolotti colorati (paurosamente simili a quelli che abbiamo mangiato un paio di sere a cena…).
  • A una ventina di metri da Gili Air, anche qui coralli e pesci e robe colorate.

Ci sarebbe un’altra nota a proposito di Gili Air. Per ragioni indipendenti dalla mia volontà, e che non mi riguardavano personalmente, mi sono trovata a visitare un paio di “cliniche” dell’isola. Se posso permettermi, consiglierei vivamente di evitare di star male proprio qui. State male da un’altra parte, è meglio.

 

BALI
UBUD (10-12/08/17)
Da Gili Air a Bali si arriva con le famigerate fast boats che compiono l’attraversata in un paio d’ore. Qualcuna a dire il vero a volte si ribalta, oppure si rompono i motori o altre amenità. Io ho viaggiato con SindEx e, a parte qualche passeggero in preda al mal di mare, direi che non ci sono stati problemi.
Ubud è un casino. Situata nel mezzo di Bali, circondata dal verde, è meno bella di Tetebatu, ma offre molto di più – e a prezzi bassi, perché la scelta è tanta. Ma i turisti anche: a volte, fra le 19 e le 21, è difficile trovare un posto dove cenare. Ci sono negozi di ogni tipo (anche Nike, per dire), un mercato gigantesco, tanti templi e un’infinità di agenzie che organizzano tour e spostamenti in ogni angolo dell’isola.
Purtroppo noi ci siamo state solo due giorni, ma sono bastati per:

  • Visitare la Monkey Forest, un’area sacra popolata dalle scimmie più impertinenti dell’universo (giustamente difendono casa loro dai turisti…). Se non vi piace l’idea di avere attorno qualche centinaia di macachi che vi passeggiano in testa, vi si aggrappano alle gambe e tentano di rubarvi anche le mutande, suggerisco di andare altrove. Io chiaramente ci sono stata quattro ore e mi sono divertita come una pazza. Anche qui, varani e salamandre a strafottere.
  • Fare shopping selvaggio al mercato, contrattando come una pazza ma riuscendo comunque sempre a farmi fregare.
  • Mangiare una torta vegana al gusto cacao, cocco e barbabietola. Me l’avessero detto prima non c’avrei mai creduto, ma devo ammettere che era fantastica.
  • Assistere a uno spettacolo di danze tradizionali al Pura Dalem.
  • Mangiare il beef rendang più buono del mondo.
  • Passeggiare per le risaie riflettendo, un po’ indispettita: “Certo che Bali è proprio turistica, guarda qua, dicono che hanno le risaie e non c’è neanche il riso, ristoranti ovunque, motorini, ma dov’è finita la natura?”. Per poi trovarmi a tu per tu con un serpente lungo quanto me e pensare che, tutto sommato, anche una colata di cemento alla fine ha il suo perché.


CANGGU (12-15/08/17)
Cercavamo un posto tranquillo, sul mare, per finire la vacanza con tre giorni di relax. Canggu probabilmente non è stata la scelta giusta, ma lo stesso ha regalato qualche soddisfazione:

  • Grandi giri in motorino nelle campagne, fra le risaie. Il cielo è sempre strapieno di aquiloni da queste parti: li usano per tenere lontani gli uccelli dal riso, ma l’effetto è splendido, anche perché se c’è una cosa che qui non manca è il vento.
  • Visita al tempio Tanah Lot, affollatissimo ma molto suggestivo. Ringrazio di cuore i due poliziotti che hanno finto di ignorarmi quando, nel parcheggio esterno, per piazzare il mio motorino nel posto assegnatomi, ne ho buttati giù altri tre. Grazie davvero.
  • Un paio di mezze giornate in spiaggia: sabbia nera e onde da surfisti, acqua di cocco e mangiate di pesce (evitate le vongole indonesiane, se potete), clamorose culate sul bagnasciuga nel tentativo di entrare o uscire dall’acqua e solito rituale della birra Bintang al tramonto.

 

SINGAPORE
(15/08/17)
Sulla via del ritorno abbiamo fatto una pausa di 10 ore a Singapore. Già l’aeroporto è un posto in cui trascorrerei volentieri un paio di giorni: ci sono giardini, farfalle, film e altri intrattenimenti a tutte le ore, scivoli che portano da un piano all’altro dei terminal, piscine sul tetto… Chi si ferma più di sei ore per lo scalo riceve un buono di circa 12-13 euro da spendere dentro l’aeroporto e ha la possibilità di fare un tour guidato della città, gratis. Io l’ho fatto e l’ho trovata davvero notevole, mi sembrava quasi di essere nel futuro. Impressionante anche il fatto che Singapore ha conquistato l’indipendenza perché in sostanza, fino a qualche decennio fa, era un villaggio di pescatori che non voleva nessuno, e adesso invece…

 

Qui, dopo l’ultima dozzina di ore di volo, termina il mio viaggio, un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Ci riaggiorniamo l’anno prossimo con il diario della mia vacanza a Marina Romea, di cui però mi sento già in grado di offrire un piccolo spoiler: racchettoni, spaghetti allo scoglio, spritz, libri, dieci ore di sonno a notte. E zanzare al posto dei varani.

Romagnola (molto romagnola), vivo tra l'Italia e Berlino. Dal 2004 mi occupo di editoria: scrivo, edito, creo giochi di enigmistica. Nel 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri (Piemme).

1 comments On Viaggio in Indonesia (2017)

  • W I VARANI (che non sono certo dei “cccretini”, cit.) E W L’ACQUA DI TETEBATU! 🙂 Grazie Manu per questo splendido diario di viaggio! Manca solo una cosa: sentire la tua voce quando pronunci I luoghi che citi, m’immagino come possa diventare SENGGIGI detto da una romagnola!! 😀

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